La politica della paura

Dopo l’11 settembre la retorica americana tende a vedere la paura come una sensazione salvifica, che ha spinto gli Stati Uniti a fare la cosa giusta e la popolazione a vedere in una nuova e più corretta prospettiva i fatti della vita. Corey Robin, professore di scienze politiche al Brooklyn College, City University of New York, traccia la storia dell’uso politico della paura e fa riflettere sulle strumentalizzazioni che le élite ne fanno. Le testimonianze di alcuni dirigenti delle maggiori reti televisive americane, per esempio, fanno capire fino a che punto le loro paure e, di conseguenza, l’autocensura, abbiano contribuito a plasmare un’interpretazione omogenea degli attacchi di Al-Qaida e della reazione americana: è questa la tesi del libro di Corey Robin «Paura. La politica del dominio» edito dall’università Bocconi (336 pagine, 25 euro).
La prima parte del volume analizza quattro sfumature dello stesso sentimento: la paura come concepita da Hobbes, che ne riconosce il potenziale utilizzo come strumento politico; il terrore secondo Montesquieu, che vede un despota brutale e sadico esercitarlo per pura soddisfazione personale e individua nelle istituzioni della società liberale gli strumenti attraverso i quali disfarsene; l’ansia che, secondo Tocqueville, serpeggia tra gli orfani dei legami gerarchici dell’Ancien Régime; il terrore totale esercitato dalle dittature del XX secolo al fine di annullare ogni traccia dell’io nelle proprie vittime e descritto dalla Arendt nelle Origini del totalitarismo.
Troppi pensatori, secondo Robin, hanno avuto la colpa di descrivere la paura in forme che escludono il suo utilizzo politico. E invece, prendendo l’avvio da una seconda fase del pensiero della Arendt, quella della «Banalità del male», Robin fa vedere che la strumentalizzazione della paura presuppone una serie di attori che agiscono nel proprio interesse.
Le élite «più di ogni altro gruppo cercano di introdurre la paura politica e ne raccolgono i benefici. Se la paura è del genere esercitato dai vertici verso il basso della società, le élite la creano attraverso una coercizione diretta e immediata, sostenendola nel corso del tempo per mezzo delle leggi e dell’ideologia. Le élite prendono l’iniziativa e traggono il maggiore beneficio anche quando la paura è del genere fondato sulla contrapposizione tra la comunità e lo straniero. In quanto protettori ufficiali della sicurezza della comunità, decidono quali minacce siano più rilevanti ponendo, per esempio, l’accento sulla minaccia irachena rispetto a quella nordcoreana, su quella del terrorismo islamico rispetto a quella del terrorismo interno».