Politica smemorata

Sembra, ormai, un Paese allo sbando questa Italietta delle intercettazioni telefoniche sempre più numerose e a carico anche di chi non è oggetto di specifici procedimenti giudiziari. Un’Italietta in cui il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, uomo di qualità politiche rilevanti, denuncia quasi un assedio dei partiti al presidente del Consiglio Romano Prodi. E tutti lì a commentare superficialmente una denuncia che non si addice a chi ha responsabilità politiche di governo come Amato e che negli ultimi 15 anni è stato ininterrottamente al potere (governo, Antitrust, vicepresidente della Convenzione europea). E non lo diciamo per spirito di polemica. Tutt’altro. Amato è una personalità del socialismo internazionale e dovrebbe spiegarci, ad esempio, perché l’Italia è l’unico grande Paese europeo a non avere un partito socialista di massa. Spagna, Inghilterra e Germania sono governate dai grandi partiti socialisti o laburisti che hanno un consenso popolare intorno al 40 per cento e il socialismo francese, dopo il lungo governo di Mitterrand e di Jospin e la brusca caduta di quest’ultimo, sta per lanciare una sfida al gollismo francese di Chirac con i nuovi astri del partito tra cui una donna (la Royale). Perché in Italia non c’è un grande Partito socialista? A impedirlo è ancora l’ombra lunga della scissione di Livorno del ’21 tra comunisti e socialisti? E Giuliano Amato che fa per superare questo storico ritardo e mettere mano alla europeizzazione della sinistra italiana? E i Democratici di sinistra tenteranno di essere una buona volta socialisti, come sembrano volere Fabio Mussi e la minoranza di quel partito, o continueranno a tessere la tela di Penelope di quel Partito democratico che nessuno sa cos’è e che scompare la sera per riapparire la mattina? E intanto, pur essendo il primo partito della coalizione di governo con uno striminzito 17 per cento, nessuno sa esattamente cosa siano oggi i Democratici di sinistra. Ha ragione Amato quando ricorda i vecchi partiti popolari (Dc, Pci e Psi), ma perché, allora non denuncia la rimozione di quelle culture politiche di riferimento che ancora oggi innervano i grandi partiti europei, mentre in questa nostra Italietta i primi tre partiti si chiamano Forza Italia, Ulivo e Margherita? E perché mai Amato chiama partiti quelli che sono solo piccoli fatti organizzativi quasi sempre di natura proprietaria e che fanno del potere e della finta legalità l’unica fonte di legittimazione? La denuncia di Amato, come si è visto subito nei commenti degli altri protagonisti parlamentari, alimenta una sfiducia ancora più forte verso le istituzioni democratiche. A quasi tutti sfugge, purtroppo, che questo Paese soffre di un deficit di politica, quella alta naturalmente, e dell’assenza di grandi partiti di massa così come di quell’anomalia tutta italiana di un presidente del Consiglio che non ha un proprio partito alle spalle. Zapatero, Blair, Merkel, Chirac, Juncker, Schüssel e via di questo passo guidano i governi dei loro Paesi perché sono i capi dei rispettivi partiti di maggioranza relativa. Noi non ci spieghiamo invece come un uomo dell’esperienza di Amato non si accorga di quest’anomalia democratica dell’Italia di oggi, e anzi la difende quasi a ripetere, a tutela di Romano Prodi, il vecchio slogan «non disturbate il manovratore». E che dire, infine, della tesi demagogica utilizzata in questi giorni che precedono il referendum sulla riforma costituzionale? I lettori sanno che noi non condividiamo quella riforma che lascia l’Italia in mezzo al guado tra un sistema presidenziale che non nasce e una democrazia parlamentare che lentamente muore. Ma quel che vogliamo qui sottolineare è che l’elemento che più fa presa in questi giorni nel dibattito costituzionale è la riduzione del numero dei parlamentari (cosa giusta a distanza di oltre trent’anni dall’istituzione delle Regioni), tanto che Romano Prodi dichiara che se la riforma di Berlusconi riduce i parlamentari dal 2016, se dovesse vincere il No lui proporrà la riduzione dei deputati e senatori da subito. Se questo dibattito durasse qualche settimana in più siate pur certi che qualcuno proporrebbe di eliminare il Parlamento o di ridurre drasticamente la sua ingerenza nella vita pubblica italiana. È un segno inequivocabile di una debolezza culturale e di una decadenza democratica che l’Italia ha già conosciuto e che apre una voragine nel Paese in cui si collocano gli interessi delle grandi corporazioni (vedi le minacce di scioperi contrapposti tra magistrati ed avvocati) e quel corto circuito finanza-informazione che rischia di essere il potere più forte in una società sempre più debole. Non è tempo di denunce, quanto di appelli a chi ritiene di potersi ancora spendere per la ricomposizione delle grandi culture politiche europee prima che il Paese affondi definitivamente nella confusione, nel degrado e nello sciacallaggio reciproco, terreno fertile per abusi, malversazioni e autoritarismi.