Una politica come teatro (non teatrino)

Gli insegnamenti del «Giulio Cesare» e del «Coriolano» di Shakespeare

Giulio Cesare e Coriolano, chi erano costoro? Più che ozioso, questo interrogativo appare provocatorio. Perché soprattutto di Giulio Cesare si può dire che conosciamo vita, morte e miracoli. Eppure i protagonisti delle due tragedie di Shakespeare sono stati reinterpretati più volte. Ora sono stati paragonati a Mussolini e a Hitler. Ora a leader democratici sgraditi ai soliti maître à penser, ieri comunisti trinariciuti, oggi sedicenti liberali. E si sono così disturbati la Thatcher, Bush e Berlusconi. Come dire, la bieca reazione in agguato. Inutile sottolineare che queste comparazioni sono piuttosto cervellotiche. Anche se... Anche se Calpurnia, la moglie di Cesare, assomiglia a donna Rachele Mussolini. Come l’una vede nel sogno il marito in Senato pugnalato a morte, così l’altra il fatidico 25 luglio 1943 consiglia al Duce di arrestare i congiurati e di guardarsi da Vittorio Emanuele. Come Cassio arma la mano di Bruto, così Grandi tira dalla sua parte Ciano.
Ma Luciano Cavalli, l’autorevole sociologo che ha dedicato importanti contributi alla figura del leader politico, non insiste più di tanto al riguardo, nel suo penetrante saggio Giulio Cesare, Coriolano e il Teatro della Repubblica. Una lettura politica di Shakespeare (Rubbettino, pagg. 175, euro 16). Lo studioso concentra piuttosto l’attenzione sulla poliedrica ricerca sulla natura umana del drammaturgo inglese. Il quale «usa con consapevole efficacia il teatro anche come strumento di indagine sulla società e, soprattutto, sui fenomeni politici». «Non dimentica la realtà inglese del tempo, e la sua conflittuale dinamica». Nutre «una idea scettica dell’uomo e della storia». A suo avviso «il leader politico propriamente tale sa convenientemente usare le armi tradizionali della forza e dell’astuzia, applicata senza esitazione all’inganno». Insomma, per il drammaturgo «il leader è per definizione un uomo di teatro», che seduce masse manipolabili con facilità.
Date le premesse, è del tutto naturale che alcuni campioni del pensiero politico dominino per molti versi la scena: da Machiavelli, che fa tesoro delle lezioni della Storia nel delineare i tratti del Principe ideale, a Hobbes, secondo il quale la pace sociale ha sempre un prezzo, fino a Gustave Le Bon, l’inconsapevole maestro dei dittatori del XX secolo che insegnò loro come soggiogare le masse. Che sono femmine e, almeno nelle ricostruzioni maschiliste, non chiedono altro che di essere conquistate. Nelle due tragedie scespiriane sono molti i personaggi che occupano la scena. Ma le caratteristiche dei leader carismatici, a ben vedere, non le hanno né Cesare né Coriolano. Fulgidi eroi, sicuro. Ma eroi che, come l’Ettore di Omero, alla fine risultano perdenti soprattutto perché, ironia del destino, intendono fino in fondo essere se stessi.
Il Valentino machiavellico è invece Antonio, che davanti al corpo di Cesare ancora caldo pronuncia un’orazione che ribalta la situazione, attira dalla propria parte la plebe e sapientemente la scaglia contro Bruto e i suoi accoliti. Così come nel Coriolano i veri leader risultano i tribuni della plebe, che operano con le medesime, astute modalità di Antonio. Ma lasciamo la parola a Cavalli. «Per Antonio, il popolo non ha valore di per sé. È mero strumento della lotta politica tra capi. Ma il popolo deve essere indotto a credersi sempre il vero protagonista, che pensa, decide, agisce per autonoma deliberazione. Questa adulazione “populistica” consente di farne ciò che si vuole». D’altra parte, mentre Coriolano può considerarsi un ideologo disadatto alla leadership politica, i tribuni della plebe, al contrario, «definiscono la realtà per la plebe romana. Suscitano, o manipolano, stati d’animo collettivi. Determinano comportamenti di massa». Alle corte, il vero leader è al tempo stesso imprenditore, regista e attore. Un uomo di spettacolo. Ma sì, un teatrante.
Una conclusione amara? Può darsi. Ma al peggio, si sa, non c’è mai fine. Il grande teatro di una volta, pur imbevuto di lacrime e sangue, adesso ci tocca rimpiangerlo. In questo mondo che ci ha scippato i sogni giovanili e in cambio non ci dà nulla di nulla, tutto rimpicciolisce. Anche il teatro, ormai scaduto a teatrino. E il teatrino della politica dei giorni nostri appassiona unicamente la ristretta schiera dei partitanti, che sovente vivono di politica e non già per la politica. È proprio vero: alle tragedie seguono immancabilmente le farse. In un fiat siamo così passati da Carlo Marx ai fratelli Marx.
paoloarmaroli@tin.it