«Gli 007 non c'entrano Giulio finito in mano a squadre paramilitari»

Un alto funzionario di polizia italiano: «I servizi segreti non avrebbero fatto trovare il corpo»

«Impossibile che siano stati professionisti del Mukhabarat. Non avrebbero mai fatto ritrovare il corpo, che è un elemento di prova importantissimo per identificare gli assassini», spiega al Giornale un alto funzionario di polizia, che conosce gli apparati egiziani. Mukhabarat è il termine arabo per servizi d'informazione. Al Cairo i principali sono tre con reparti specifici sull'antiterrorismo. «E poi Giulio Regeni non era così importante da torturarlo per estirpargli informazioni che probabilmente non aveva», sostiene la nostra fonte. L'ipotesi più probabile, se il giovane friulano fosse stato effettivamente fermato e interrogato fino alla morte, riguarda le squadre paramilitari che affiancano le forze di polizia e antiterrorismo oppure degli agenti di basso livello. Regeni è sparito il 25 gennaio, quinto anniversario della rivolta di piazza Tahrir, in una zona del Cairo blindata per evitare proteste. Le forze di sicurezza avevano schierato di tutto e lo studente italiano, molto vicino agli attivisti antigovernativi, può essere stato fermato. Quando l'hanno sentito parlare in arabo sarebbe scattata la psicosi del fomentatore straniero. I contatti con l'opposizione sul telefonino avrebbero aggravato la situazione. Sempre come ipotesi i suoi aguzzini avrebbero cominciato ad interrogarlo. Lui resisteva e la situazione sarebbe sfuggita di mano fino alla morte del giovane. I responsabili si sarebbero ben guardati dall'avvisare i superiori. Poi disfacendosi del cadavere avrebbero cercato ingenuamente di depistare le indagini verso incidenti d'auto, criminalità comune o motivi personali.Il procuratore distrettuale di Trieste, Carlo Mastelloni, esperto di intrighi mediorientali, conferma con l'agenzia Ansa l'ipotesi che i torturatori di Regeni potrebbero essere manovalanza di basso livello. L'alto magistrato sostiene: «Per approssimazione si può pensare a forze che operino per reprimere forme di dissenso. Questo episodio criminale, che ha ovviamente gettato ombre sulla nuova gestione egiziana, induce giocoforza a ritenere che i torturatori siano guardiani di bassa forza e fuori controllo istituzionale».Cani sciolti o meno è arduo credere alla pista della criminalità, che ancora ieri veniva ribadita dal Dipartimento di Sicurezza generale del Cairo. La «beatificazione» immediata del giovane Regeni, che sta prendendo la mano alla politica e ai media, ha posto in secondo piano un altro tassello della vicenda. Il giovane friulano era un ricercatore ed aspirante giornalista di stampo marxista contrario al nuovo corso egiziano del presidente Al Sisi. Una figura nel mirino dei servizi di sicurezza ben prima della tragica fine di Regeni. L'ultimo caso è quello di Ismail Alexandrani, pure lui giornalista e ricercatore di sinistra. In Germania aveva tenuto lezioni sulla situazione politica in Egitto. Il primo dicembre è stato arrestato al rientro in patria con l'accusa di essere in combutta con i Fratelli musulmani per «propagare false notizie». Alexandrani collaborava con il Centro per i diritti economici e sociali, che Regeni aveva ripetutamente contattato per incontrare i sindacati ribelli egiziani. Un altro stretto contatto del giovane torturato era Giuseppe Acconcia, anche lui con doppia veste di ricercatore specializzato in Medio Oriente per un'università di Londra e giornalista, ma in realtà strenuo oppositore di Al Sisi. Nel 2001 era stato arrestato in piazza Tahrir dal Mukhabarat. Acconcia scrive sul Manifesto ed è stato il primo a rivelare la collaborazione con pseudonimo di Regeni. Fonti attendibili rivelano che, nonostante l'impostazione comunista, sia molto vicino ai Fratelli musulmani. Gli egiziani lo avrebbero inserito nella lista nera.FBil