Vincenzo Nibali, il volto dell'Italia che resiste

Il ciclista italiano ancora maglia gialla al Tour de France

Da una settimana corre in maglia gialla nella tormenta continua, contro tutto e contro tutti. Tappa dopo tappa, sta ricamando un'impresa che neppure i più feroci detrattori del ciclismo possono sminuire, perché vincere un Tour de France resta a tutti gli effetti una missione impossibile. Vincenzo Nibali, il terrunciello di Messina, sta facendo esattamente questo. Eppure sale sul palco senza mostrare statuario i muscoli a torso nudo. Non espone ai fotografi l'ultimo tatuaggio. Non manda tweet idioti. Vincenzo non ha in testa creste e tagli etnici, ha in testa solo un'idea fissa, un sogno coltivato da quand'era bambino, pedalando a Messina, dove il ciclismo c'entra sempre poco: vuole vincere il Tour.

C'è ancora tanto da lavoro da fare, prima le Alpi e poi i Pirenei, infine una lunga cronometro di 54 chilometri, ma è già dannatamente avanti. Ormai il suo compito è chiaro: stare a ruota di Contador, l'ultimo avversario rimasto davvero in corsa, certo il migliore. Sulle prime salite, la storia è già cominciata nel più rigido rispetto delle parti: Contador davanti con la sua squadra di forsennati, Nibali sempre incollato in scia. Alla fine del primo match, il nostro cede 3” nello sprintino per il secondo posto di giornata: niente. Niente di paragonabile allo sconquasso che s'è inventato lui nella memorabile frazione in simil-Roubaix, volando sul pavé.

La classifica è bellissima. Bisogna tenere Contador a quella distanza, magari guadagnare qualcosa, per affrontare la crono senza terrore. Ma da qui alla fine c'è ancora l'eternità. Due settimane di luglio che però possono restituire all'Italia negletta un imprevisto motivo di riscatto e di consolazione. Ultimamente questa nazione sembra caduta nelle spire inestricabili di un fetente sortilegio: sempre perdere, sempre perdere. Perdiamo Pil, perdiamo occupazione, perdiamo rispetto. E questo certo non lo può emendare uno sportivo. Ma il problema è che ultimamente perdiamo di brutto anche nello sport. Siamo ancora in psicanalisi, con contorno di faide feroci e coltellate tra le scapole, per il fallimento globale del sistema calcio: Prandelli, raccontato fino all'altro giorno come un mezzo papa Bergoglio, candido emblema della nazionale gioventù & simpatia, è rapidamente ripiegato all'estero sotto un diluvio di insulti e di insinuazioni. Ma c'è anche il resto: la Ferrari non ne parliamo, Valentino è valorosamente nelle retrovie, il fantastico rugby del terzo tempo non fa che incassare sconfitte bibliche. E così il basket, e così il volley. Al momento, risultano in contabilità solo le ragazze del tennis.

Non va affatto bene, non sta andando per niente bene. Epoca depressiva. Eppure improvvisamente ci ritroviamo in testa al Tour. Già sappiamo come la leggeremo: l'Italia è questa, nei momenti peggiori la nazione dà il meglio di sé. Ce la raccontiamo sempre così, per rimediare velocemente una catarsi ai nostri malanni globali. In realtà, Nibali veste la maglia di campione italiano, ma è lì con la squadra e con i soldi dei kazaki. È il numero uno di un ciclismo nostro che non offre alternative. La sua è la classica corsa individuale, sostenuta dalle sue sole forze, fisiche e morali. Senza sostegni collettivi, nell'indifferenza generale. Tanti insegnanti ispirati, tanti imprenditori appassionati, tanti giovani studiosi non possono che capire. E immedesimarsi. Ogni giorno, in Italia, i Nibali si alzano dal letto e sanno cosa fare: c'è un Contador da tenere a bada. Contro tutto e contro tutti, in qualche modo bisogna farcela.