Tecniche da antimafia per una inchiesta flop

Per demolire il Cavaliere sono stati usati mezzi all'avanguardia e personale esperto a tempo pieno

Milano Il totale va aggiornato: tre udienze, due avvocati ed una inchiesta in più. Nel gigantesco pallottoliere che servirebbe per tenere i conti dei processi a Silvio Berlusconi, una casella invece resta intonsa: quella delle condanne definitive. Una. In quasi vent'anni di processi (il compleanno arriverà il prossimo 22 novembre, a quattro lustri dal primo avviso di garanzia) la macchina investigativa e giudiziaria che ha investito il Cavaliere ha sviluppato numeri decisamente impressionanti. Una contabilità che Berlusconi ha sempre tenuto sotto controllo, perché ritiene che dimostri più di ogni parola la eccezionalità del trattamento che ha ricevuto dal momento in cui ha scelto di scendere in politica.
Circa un anno fa, all'epoca dell'udienza in Cassazione per i diritti tv, Berlusconi decise di divulgare i conti dei suoi processi. A partire dai 34 processi o indagini cui è stato sottoposto, e che ad oggi diventano 35 con la apertura dell'indagine per corruzione in atti giudiziari; e degli altri 108 procedimenti «aperti a vario titolo contro il gruppo Fininvest», che hanno coinvolto 112 persone e fatto scattare 35 misure cautelari. Una mole investigativa sorretta da un lavoro massiccio della polizia giudiziaria, che ha effettuato la bellezza di 488 perquisizioni, sequestrando due milioni di fogli (qualcuno li avrà letti tutti?) e controllando i conti in trenta banche.
I risultati, rilevava già allora il Cavaliere, scarseggiavano: oltre alle assoluzioni e ai proscioglimenti incassati personalmente, anche le indagini sul resto del gruppo del Biscione avevano portato a 82 assoluzioni e a 118 archiviazioni o proscioglimenti; ma questo scontro permanente nelle aule di giustizia era costato a Berlusconi e al suo gruppo una montagna di soldi, necessari agli onorari dei 133 avvocati scesi in campo per la difesa. Risultato finale: una sola condanna, quella per la frode fiscale dei diritti tv. È una sentenza che Berlusconi continua a considerare ingiusta, e per la quale si prepara a chiedere la revisione del processo davanti al tribunale di Brescia, soprattutto dopo che il processo gemello Mediatrade, dove erano imputati suo figlio Pier Silvio e Fedele Confalonieri, si è concluso con una assoluzione generalizzata «perché il fatto non sussiste».
Ma anche se dovesse restare, la condanna per i diritti tv costituisce per Berlusconi un topolino partorito da una gigantesca macchina investigativa, messa in campo con l'obiettivo preciso di demolirlo. L'inchiesta Ruby è stata, da questo punto di vista, il caso più eclatante. Anche se i costi diretti sono stati modesti (nei fascicoli del processo, la Procura ha indicato in circa 65mila euro le spese, principalmente per intercettazioni e autonoleggi, affrontate durante le indagini) la potenza di fuoco è stata impressionante, e le tecniche investigative da indagine antimafia: centomila telefonate o sms intercettati per ricostruire per filo e per segno quanto accadeva nel corso delle serate di Arcore.
Nel conto complessivo dei costi, non compare quello del personale impiegato: magistrati, poliziotti, cancellieri, che si sarebbe comunque dovuto pagare. Ma che per anni sono stati destinati quasi a tempo pieno alle indagini sull'ex presidente del Consiglio, sottraendoli inevitabilmente ad altre inchieste. Tra i pm milanesi, è una lamentela ricorrente quella sugli uomini e i mezzi cui non si può accedere «perché servono alla dottoressa», intesa come Ilda Boccassini. Anche questo, in fondo, fa parte dei costi dell'indagine che doveva portare ad incastrare finalmente Berlusconi, e che invece venerdì scorso si inabissa malinconicamente.