Per 30 mesi hanno condiviso tutto. Una malattia ne divide il destino Ma parla chiaro il commento della famiglia Girone: «Notizia meravigliosa»

Eravamo abituati a considerarli più o meno come due metà di una mela Platonica. In amore, queste due metà vagano per il creato e qualche volta riescono a incontrarsi, nei luoghi e nei momenti più imprevedibili. La mela di Latorre e Girone non ha niente a che vedere con l'eterea poesia dei sentimenti, le due metà si sono ritrovate controvoglia nel bel mezzo di un maledetto accidente, più di trenta mesi fa, in pattuglia su una petroliera. Ma da quel momento niente e nessuno li ha più divisi: così l'Italia li ha conosciuti, mai si è ritrovata a considerarli due entità separate.

Come siamesi della sventura, i marò hanno affrontato con lo stesso stile e persino le stesse espressioni facciali il destino comune del lungo calvario in esilio. Ci sono sodalizi che nascono nei giorni più lieti, questo è nato nella sofferenza: da che mondo è mondo, il genere di legame più saldo e più profondo. Tutti presto o tardi l'abbiamo verificato: nella tristezza di un ricovero ospedaliero, nella lontananza dell'emigrazione, una volta anche nei giorni surreali della naja obbligatoria, cioè nelle situazioni di fatica e di paura, l'ancestrale bisogno di appigli e di appoggi ci rende istintivamente solidali. È arcinoto persino il punto estremo di queste relazioni ad alta tensione, la famosa sindrome di Stoccolma che porta il rapito ad unirsi indissolubilmente con il proprio rapitore.

Non è difficile immaginare il laccio morale che in tutto questo tempo ha unito Latorre e Girone. Hanno affrontato i labirintici percorsi dei legulei, hanno subito le ripicche internazionali, si sono ritrovati oggetti di scambio e di ricatto, si sono sentiti pedine piccole in un gioco enorme, totalmente fuori dal loro controllo. Si sono confrontati, si sono confortati, si sono consolati. Hanno condiviso tutto, illusioni e disillusioni, buone notizie (poche) e gelidi annunci (molti). Hanno condiviso pure la distanza - non chilometrica - e la freddezza di una buona parte d'Italia, l'Italia che quando vede una divisa militare si mette sull'attenti, non certo per ossequio, piuttosto per prevenuta diffidenza e vago disprezzo. Ma sopra tutto questo, insieme hanno sperato, sperato, sperato.

In casi così, nella situazione di lunga convivenza coatta, gli sbocchi possibili sono due: non ci si sopporta più, si diventa amici per la vita. A quanto pare, Girone e Latorre hanno preso la seconda strada. Quando questa sporca faccenda finirà, entrambi saranno più forti e più ricchi dentro: è l'unico risvolto positivo della sofferenza. Certo, entrambi avranno un grande amico in più.

È possibile che poi, in vecchiaia, finiscano per litigare furiosamente per una partita a scopa. Tutto è possibile. Questa è la vita. Ma al momento va registrata la prima grande prova di tenuta: l'improvvisa separazione. Latorre torna a casa, Girone rimane solo a sopportare tutto il peso dell'allucinante intrigo. Ci sarebbero i presupposti, considerato il livello di stanchezza e di esasperazione, perché nella mela entrasse il baco peggiore, capace da sempre di divorare qualunque mela, anche le più gustose e le più mature: l'invidia. Sarebbe umano che ad un certo punto Girone si sentisse in qualche modo abbandonato, scaricato, tradito. E comunque che vivesse con mestizia rosicona questa separazione. Ma non sembra proprio così. Il legame tiene con alta dignità anche mentre si allontanano, uno felicemente a casa, l'altro doppiamente prigioniero, perché adesso è pure ostaggio a garanzia contro i possibili scherzi degli italiani. Già dalle prime battute, lo spettacolo è edificante. Dice il papà di Girone: «Ora vengono prima di tutto le cure per Massimiliano Latorre e la sua serenità. Questo è l'augurio che, da parte mia e di tutta la mia famiglia, facciamo a Massimiliano: il suo rientro è una cosa molto bella, anzi, meravigliosa».

Comincia un'altra storia. Le due metà della mela tornano a vagare nel creato, ciascuna lungo itinerari personali, nuovamente separate dal destino. Ma non c'è il minimo dubbio che continueranno a cercarsi, anche da distanze siderali. Sperando stavolta di non riunirsi in India, ma un giorno o l'altro nel giardino più bello, che tutte le mele di Platone sognano dall'alba dei tempi: il verde giardino della libertà.