Addio a Gustavo Selva, belva del giornalismo che sbranava i salotti

A 88 anni se n'è andato Gustavo Selva, giornalista e politico di lungo corso, polemista spavaldo e all'occorrenza un po' ribaldo. Sangue romagnolo - era nato a Imola il 10 agosto 1926 - fu fin (...)

(...) da giovane un battagliero cronista democristiano «in partibus infidelium». Ventenne si trasferì a Roma come esperto parlamentare dei sette quotidiani cattolici allora pubblicati in Italia. Il salto di qualità della sua carriera avvenne nel 1960 con l'assunzione in Rai e l'invio, come corrispondente, a Bruxelles, a Vienna a Bonn (quest'ultima capitale, al tempo, della Repubblica federale di Germania). Assolse egregiamente i suoi compiti, ma sarebbe rimasto nella penombra d'una notorietà d'immagine se un nuovo incarico, quello di direttore del giornale di Radiodue, non me avesse fatto un personaggio, e un caso.

In un'informazione pubblica propensa alle equidistanze prudenti e a un lessico felpato Selva, con il suo inconfondibile accento d'origine, portò la virulenza sanguigna d'un credente senza dubbi. Era democristiano e di destra nelle più intime fibre del suo temperamento, si inimicò non solo la sinistra ma anche quella zona centrale dell'opinione che s'era abituata ai dosaggi prediletti nelle due sponde del Tevere. Selva divenne il creatore e il conduttore di Radiobelva: così chiamò anche un suo libro autobiografico - e i superciliosi di salotto o di piazza non gli risparmiarono né attacchi né sarcasmi. La sua stagione di professionista della radio e della carta stampata si chiuse con la direzione del veneziano Gazzettino , nel 1983 e nel 1984.

A quel punto cominciò il percorso politico della belva non ammansita, fu eletto nel Parlamento nazionale e nel Parlamento europeo, sempre nelle liste Dc, poi - con il tramonto dei grandi partiti tradizionali - passò all'ultimo che restava, e che fosse coerente con le sue idee, Alleanza nazionale. Nel 2006 (quindicesima legislatura, fu senatore per il Veneto.

Un combattente con quella grinta e all'occorrenza con quella spregiudicatezza dovette vedersela con il fuoco nemico, e dovette anche superare qualche fisiologica o patologica traversia. Lo si volle iscritto alla loggia massonica P2 di Licio Gelli, e per liberarsi di quello scomodo accostamento negò e querelò. Dario Fo dovette risarcirlo con venti milioni di lire. Anche se poi aggiunse che «nella P2 c'erano tanti galantuomini prefetti, questori, militari e se l'avessi saputo mi sarei iscritto anch'io».

Il Selva veterano e non più belva, ma sempre capace di monellerie quasi adolescenziali, si produsse in un'ultima divertente sceneggiata con la faccenda dell'ambulanza. Può sembrare irrispettosa la rievocazione d'un modesto fait divers nel momento in cui viene dato l'estremo congedo a Selva, ma l'episodio e così noto e spassoso che riesce impossibile ignorarlo. Cito da una notizia d'agenzia. Il 9 giugno del 2007 Selva, invitato a un dibattito televisivo, per evitare d'arrivare in ritardo negli studi di La7 a causa del traffico finge di avere un malore e si fa trasportare da un'ambulanza del 118 all'indirizzo che afferma essere del suo medico di fiducia e che in realtà è quello della rete televisiva. In un'intervista a Giancarlo Perna su queste colonne Selva, rievocando i fatti, disse che il malore era autentico, placato presto tuttavia dalle pillole che aveva con sé. Sentendosi meglio inventò, per non perdere l'appuntamento con La7 , la visita dal cardiologo. Chiestogli come giudicasse se stesso per quell'avventatezza Selva, che nel linguaggio non aveva mezze misure, fu deciso: «L'ora del coglione arriva per tutti almeno una volta nella vita». Ma non a tutti capita d'essere, almeno una volta, la belva. A Gustavo Selva è capitato, con pieno merito.