Addio primavera egiziana: Morsi alla forca

La Primavera araba egiziana, la seconda rivoluzione in ordine di tempo dopo quella tunisina, è stata definitivamente cancellata ieri dal tribunale penale del Cairo che ha condannato a morte l'ex presidente e leader islamista Mohammed Morsi (deposto nel luglio del 2013), assieme ad altri 105 imputati appartenenti alla Fratellanza musulmana, per evasione e omicidio di agenti di polizia. I fatti risalgono al 28 gennaio del 2011, quando Morsi, assieme a una trentina di dirigenti della Fratellanza, evase dal carcere di Wadi El Natroun, durante le rivolte anti-Mubarak. Nelle stesse ore membri del movimento libanese di Hezbollah e militanti palestinesi di Hamas, evasero da altre carceri dell'Egitto.

La sentenza è stata letta nell'Accademia di polizia di Tagammo El Khames, ma per l'esecuzione dovrà esserci l'approvazione del Gran Mufti, che potrebbe, il 2 giugno, anche ribaltare la decisione dei giudici e salvare la vita dell'ingegnere. Sul capo di Morsi pende anche un'altra accusa, quella di spionaggio e collaborazione con organizzazioni straniere a fini di terrorismo, tra le quali la palestinese la Brigata Qassam, braccio armato di Hamas.

La sanguinaria reazione di cellule qaediste alla condanna dell'ex presidente non si è fatta attendere. Tre giudici sono stati infatti uccisi e uno ferito da elementi armati che hanno aperto il fuoco contro la loro vettura nella città di Arish nel nord del Sinai. È stata formata una commissione d'inchiesta per individuare gli assalitori, ma dalle prime indiscrezioni risulta che l'agguato sia opera del movimento jihadista Ansar Beit Al Maqdes, i «partigiani di Gerusalemme». I mandanti quindi sarebbero gli stessi che hanno cercato di assassinare esattamente un anno fa il ministro dell'Interno Mohamed Ibrahim. A Fayyum, cento chilometri a sud del Cairo, la facciata di una chiesa copta è stata inoltre distrutta da un ordigno artigianale che per fortuna non ha fatto vittime.

Sulla condanna a morte di Morsi è intervenuto il presidente turco Erdogan, l'uomo che aveva finanziato i Fratelli musulmani in Egitto nel corso della campagna elettorale del 2012, mettendosi di traverso alle manovre del nuovo leader egiziano Abdel Fattah Al Sisi. Erdogan ha usato parole di fuoco dicendo che «l'Egitto si sta trasformando nell'Antico Egitto. Sisi è come un faraone che non può essere sfidato. L'Occidente però non mostra alcuna presa di posizione nei confronti del golpista».

Pur tra le critiche di una parte del Paese, Al Sisi sta tentando di mandare in corto circuito qualsiasi collegamento tra l'Egitto laico e i simpatizzanti della Fratellanza musulmana. Nella lista nera del presidente egiziano sono finiti anche personaggi illustri, come lo scrittore Ala Al Aswani, considerato scomodo per alcune uscite contro l'attuale governo. Al Aswani nel celebre romanzo «Palazzo Yacoubian» era apparso molto critico anche nei confronti di Mubarak, pur non aderendo direttamente al movimento di Morsi.

Nell'occhio del ciclone anche personaggi dello sport, come il calciatore Mohammed Aboutreika, sostenitore di Morsi, a cui sono stati confiscati i beni. In disgrazia anche Muhammad Solimane Homos, l'autore del gol con il quale l'Egitto riuscì a sconfiggere l'Italia di Lippi campione del mondo. Ex parlamentare di «Libertà e Giustizia», è stato costretto a lasciare il Paese. Vive a Khartum, capitale del Sudan, e lavora come autista di una catena alberghiera, dimenticato da tutti.

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