«Adescava malati all'estero» Vannoni torna in manette

Il guru di Stamina ha continuato l'attività già bocciata in Italia. I suoi pazienti pagavano fino a 30mila euro

Francesca Angeli

Roma Mister Stamina ci riprova. E finisce di nuovo in carcere a Torino, per il momento in stato di fermo, con le accuse di associazione per delinquere aggravata dalla transnazionalità; truffa aggravata e somministrazione di farmaci non conformi. Ma la notizia che sorprende non è che Davide Vannoni sia di nuovo finito nei guai con la giustizia ma che sia ancora lasciato libero di raggirare persone malate e sicuramente disperate nonostante sia stato condannato nel 2015 ad un anno e 10 mesi, con patteggiamento, in seguito al rinvio a giudizio per associazione a delinquere sempre al fine di raggirare malati che arrivavano a pagare anche fino a 30.000 euro per ottenere le infusioni di «cellule staminali», analizzate e dichiarate pericolose per la salute dell'uomo da un Comitato di esperti, che venne nominato ad hoc. Purtroppo la progressiva perdita di fiducia nelle istituzioni e il dilagare di notizie di presunte guarigioni miracolose non verificate è uno dei fattori determinanti che hanno riportato il rapporto tra cittadino e scienza della medicina ad un medioevo della conoscenza nel quale ci si abbandona nelle mani di un personaggio che non è neppure un medico e poi magari si diffida del vaccino contro il morbillo.

Vannoni è stato fermato dai Nas perché stava per lasciare l'Italia. Dalle intercettazioni sarebbe emerso che il guru di Stamina non solo aveva continuato a praticare la sua «terapia» su pazienti italiani in Georgia ma anche che era pronto a trasferirsi probabilmente a Santo Domingo per continuare indisturbato la sua attività. Vannoni avrebbe continuato a trattare una cinquantina di pazienti proponendo due cicli di terapia: una da tre infusioni per un costo di 18.000 euro; l'altra da cinque infusioni per un prezzo totale di 27.000 euro. Per entrare nel circuito delle cure i pazienti dovevano iscriversi all'Associazione denominata Life per il modico prezzo di 5.000 euro. Una volta iscritto il paziente si affidava all'organizzazione di Vannoni che si occupava anche del viaggio a Tblisi dove si tenevano le infusioni. Nell'ambito dell'operazione dei Nas sono state perquisite anche le abitazioni della biologa Erica Molino, già coinvolta nel processo torinese, e Rosalinda La Barbera, presidente di Prostamina Life, che aveva il compito di reclutare malati. Gli indagati nell'inchiesta affidata al pm Vincenzo Pacielo, sarebbero sette.

Certamente nel clamoroso caso Stamina non si può dimenticare il ruolo chiave che ebbero i giudici. Da un lato quello certamente positivo di chi ha portato avanti le indagini smascherando la truffa ma dall'altro quello dei giudici, e furono tanti, che accolsero i ricorsi dei pazienti imponendo ad ospedali pubblici di somministrare una terapia non solo non riconosciuta dalla medicina ufficiale ma pure ritenuta pericolosa. Quando l'ex direttore generale di Aifa, Luca Pani nel 2012 firmò l'ordinanza che imponeva agli Spedali Civili di Brescia lo stop alle infusioni i genitori di molti piccoli pazienti giudicati inguaribili, spinti dalla speranza della possibile guarigione, ricorsero ai giudici del lavoro ottenendo di nuovo la cura. Dunque una terapia giudicata pericolosa dai medici tornò ad essere somministrata da una struttura pubblica fino al rinvio a giudizio di Vannoni da parte della Procura di Torino.