Matteo in calo nei sondaggi allontana le urne fino al 2018

"Adesso per due anni mettiamoci a lavorare". Ma ha già fissato come banco di prova il referendum di autunno: un'altra anomalia

Roma - Il governo di Matteo Renzi compie oggi 700 giorni. Ottavo per durata nella storia della Repubblica italiana. Dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi, di esecutivi non eletti più longevi rispetto a quello del rottamatore ci sono solo il De Gasperi-sette (1951-1953) e il Moro-tre (1966-1968). Niente nella seconda Repubblica, che ha sempre espresso governi di legislatura, fatta eccezione per quelli «tecnici», finiti sempre presto. Compresi quelli di Mario Monti (529 giorni) e di Enrico Letta (300).In fatto di resistenza a Palazzo Chigi senza investitura, Renzi batte decisamente Massimo D'Alema, Giuliano Amato e Lamberto Dini. L'anomalia non sembra disturbare il premier. Ieri alla direzione del Pd ha ripetuto che il suo governo è qui per restare, almeno fino alla fine della legislatura nel 2018. Renzi è tornato sull'argomento probabilmente per smentire i retroscena che lo volevano disposto a ricorrere al voto nonostante i sondaggi meno favorevoli. La linea è, resistere fino a quando è consentito. «Faccio un appello a tutti gli italiani. Per due anni mettiamoci a lavorare, tiriamoci su le maniche. Poi quando ci saranno le elezioni ognuno decide cosa vuole fare». Niente elezioni, quindi. Altro concetto espresso dal premier: elezioni a scadenza naturale se i referendum confermativi sulle riforme della Costituzione passeranno. Due anomalie in una. Un referendum che servirebbe solo a confermare una legge costituzionale, utilizzato come mini verifica di mezzo termine. Come quelle che si tengono negli Stati uniti, con la differenza - di non poco conto - che il voto è di altro tipo e su materie che non riguardano il governo. Le riforme sono, da sempre, materia trasversale. Però, ha spiegato ieri il presidente del Consiglio, «l'assunzione di responsabilità da parte di chi ha voluto quel percorso è doverosa». Interpretazione che taglia fuori dal «sì» chi, magari di centrodestra, approva le novità introdotte dalle riforme. Il premier ieri ha detto che non è un plebiscito. Ma è difficile vederci altro.Seconda anomalia è appunto il fatto che questo voto, che non dovrebbe essere politico, diventerà un surrogato di elezioni che non si vedono all'orizzonte. In ritardo persino rispetto ai tempi, più lunghi, della Seconda repubblica. La diciassettesima legislatura, nata con l'appoggio di Silvio Berlusconi al governo Letta, è destinata a morire renziana.Ma la campagna elettorale della sinistra è già iniziata. Fino a pochi giorni fa i gruppi parlamentari del Pd pubblicizzavano su internet i risultati ottenuti con le riforme della costituzione. E anche le sfuriate del premier contro la Commissione europea (precedenti all'uscita di Juncker) a Bruxelles sono state lette prevalentemente con una chiave di lettura tutta interna. D'altro canto lo ha detto ieri lo stesso Renzi. I governi che hanno aderito completamente alla linea di Bruxelles hanno perso le elezioni. Meglio, quindi, sfruttare fino in fondo la legislatura. Anche se non ti appartiene.

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