Ma adesso l'Europa suoni la sveglia

Quando le banche conquistano i titoli delle prime pagine non è mai una bella notizia per l'economia reale. I travagli di Deutsche bank non possono essere circoscritti a problema tedesco; come quelli di Mps e di altri istituti nostrani non possono riguardare solo l'Italia. Chissà che finalmente non si prenda coscienza di una verità per me elementare e sulla quale insisto da tempo (anche su queste colonne): la crisi delle banche è una drammatica emergenza del sistema. A livello europeo, ma che investe il mondo globalizzato. Finora tranne qualche affondo isolato si è preferito sorvolare e quindi sottovalutare la gravità del problema. I modelli di business proposti dagli istituti non hanno superato la prova dei mercati. L'unione bancaria non è riuscita ad evitare che le banche procedessero in ordine sparso, ciascuna secondo indirizzi a rischio, tra eccessi di vario tipo e assoluta mancanza di trasparenza nei bilanci.

Il difetto, come si dice, sta nel manico. Che non ha saputo indicare una strategia europea. È mancata una visione e le regole esistenti si sono rivelate inique se non addirittura ambigue. Perché, in fondo, ciascun Paese ha scelto di fare da sé. Oggi siamo arrivati alla frattura dolorosa. E la risposta non può essere quella del salvataggio di Stato. Quella pratica rischia di rimandare la soluzione, di tamponare provvisoriamente il buco. Sulle spalle dei contribuenti.

Occorre, al contrario, una riforma di ampio respiro che passa anche da scelte impopolari. La ricapitalizzazione degli istituti, senza un ripensamento complessivo, ha il fiato corto. Le regole del gioco le devono dettare i legislatori e i regolatori che siedono in Europa. La scossa deve partire da lì. Non semplice, però. Nell'opera di Wagner, Tristano impiega cinquanta minuti per dichiarare il suo amore a Isotta. Un italiano, in cinquanta minuti ha già fatto quattro figli

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