Adieu madame l'Oreal. La donna più ricca che ha truccato il mondo

Liliane Bettencourt aveva ereditato l'impero della cosmesi. Tra amori e scandali politici

Era la regina dei cosmetici ma il profumo che preferiva era quello dei soldi. Liliane Bettencourt era la donna più ricca del mondo e - con 39,5 miliardi di dollari di patrimonio - la quattordicesima assoluta nella classifica stilata ogni anno da Forbes, dietro a tipini come Bill Gates di Microsoft, Jeff Bezos di Amazon, Amancio Ortega di Zara, Mark Zuckerberg di Facebook, Larry Page e Sergey Brin di Google. Personaggi e aziende che non esistevano nemmeno quando lei era già Liliane Bettencourt, la donna che ha fatto fortuna con le lacche e gli ombretti.

È il denaro, bellezza. Ehi, chi ha detto bellezza? Liliane, morta ieri a novantacinque anni meno qualche settimana, era a capo di un gruppo come L'Oréal su cui non tramonta mai la crema solare, di cui deteneva la maggioranza relativa delle azioni, il 27,5 per cento. Il resto è della Nestlè (26,4 per cento), dello stato francese tramite il ministero del Tesoro (3,9 per cento) e dell'azionariato pubblico (42,2 per cento). Un gruppo con numeri impressionanti: 89.300 dipendenti, 34 marchi tra cui Kiehl's, Lancôme, Biotherm, Helena Rubinstein, Cacharel, 473 brevetti depositati nel 2016, 25,85 miliardi di fatturato annuo. La plancia di comando Liliane non l'ha mollata fino alla fine, giungendo a duellare con le unghie perfettamente laccate e con i denti con la figlia Françoise Bettencourt-Meyers, preda della sindrome di Carlo, inteso come eterno principe. La giovane Bettencourt, pur di mettere le mani su un pezzo di quel deposito da Paperone, aveva trovato un giudice disposto a dichiarare la mamma una mezza rimbecillita, mettendola sotto tutela. Françoise accusava l'ambiguo fotografo omosessuale François-Marie Banier di averla circuita, facendosi nominare erede universale e regalare qualche miliarduccio come argent de poche. La bega familiare si era saldata al Sarkogate, lo scandalo che coinvolgeva l'ex presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy, accusato (e poi prosciolto) per aver ricevuto fondi per la campagna elettorale dalla madame con l'intercessione del ministro del Lavoro Eric Woerth, rabbonito a sua volta con l'assunzione nell'Oréal della moglie Florence. Vi siete persi? Peccato, ci sono anche 78 milioni di euro non dichiarati in Svizzera da spostare a Singapore e un'isola delle Seychelles appartenente a lei o all'amico-fotografo-gagà e comunque acquistata dalla famiglia dello scià di Persia.

L'intrigone appassionò la Francia e poi evaporò come una nuvola di cipria. Cipria che però sporcò gli ultimi anni di vita di una capitana d'industria capace di essere geniale anche da figlia di papà. Il papà, quindi. Quell'Eugène Schueller che nel 1909, da giovane chimico, aveva inventato una rivoluzionaria tinta per i capelli e aveva preso a venderla ai parrucchieri di Parigi. Quando Liliane nasce, nel 1922, l'Oréal è già un marchio celebre. Lei inizia dal basso: a 15 anni si impiega come apprendista, mescola cosmetici, imbottiglia shampoo, fa quello che serve. E ruba i segreti del mestiere. Nel 1950 si sposa con André Bettencourt, un politico con un passato da fascista che lo stesso Schueller aveva salvato dall'arresto nel 1937 dandogli rifugio.

Schueller muore nel 1957 e l'azienda finisce nelle mani di Liliane. I maschilisti soloni dell'economia francese prevedono un declino e invece è gloria. L'Oréal pian piano diventa il primo gruppo cosmetico mondiale, anche grazie alle scelte illuminate della donna che ha in tasca le chiavi: quota in borsa l'azienda quando questa scelta non era scontata per un'azienda di balsami, resiste al rischio di nazionalizzazione dell'azienda, diversifica l'azionarato - puntando sul grande pubblico e sulla partnership con Nestlè - e gli investimenti, si mette anche a fare pizze, acquisisce brand su brand, sviluppa attività filantropiche sborsando milioni di euro per l'educazione, la ricerca, la scienza. Perché anche la regina dei saponi deve lavarsi la coscienza.