Gli aforismi «scorretti» di Kraus, l'uomo che odiava le donne

L'ultimo rifugio di noi misogini è la letteratura. Non è detto che la polizia del pensiero non ci venga a prendere, nelle nostre stanze fasciate di classici, anzi: non c'è più rispetto per le torri d'avorio, dobbiamo esserne consapevoli, il tempo della sovranità domestica sta per scadere. L'antica sapienza non è tollerabile per i nuovi (...)

(...) dogmatici. Non c'è più rispetto nemmeno per le chiese: in Svezia hanno cominciato a processare i pastori che predicano contro l'omosessualismo citando la Bibbia. Tantomeno per le scuole private: sempre in Svezia sono minacciate di chiusura quelle che si ostinano a prevedere maschi in pantaloni e femmine in gonnella. Eppure voglio illudermi che il vento del Nord nichilista abbia ancora bisogno di tempo per scavalcare le Alpi e farsi uragano in Italia, e che Baudelaire e Dalì, Nietzsche e De Maistre possano garantirci qualche altro anno di libertà intellettuale. A questo elenco di sublimi sessisti devo aggiungere Karl Kraus (1874-1936) che torna oggi in libreria grazie a Elliot. Con le donne monologo spesso è una raccolta di aforismi e di articoli sul delicato argomento, composti dallo scrittore austriaco in un arco di tempo piuttosto lungo, sia prima che dopo la Grande Guerra che distrusse l'Austria Felix. Le dimensioni epocali del trauma spiegano qualche contraddizione, mentre qualche altra sarà dovuta alla personalità di un autore che preferiva perdere un amico anziché una battuta, insomma un tipo alla Longanesi.

A scrivere l'introduzione è una donna, Irene Fantappiè, che ce la mette tutta per depotenziare il testo cadutogli tra le mani. Probabilmente è stata scelta apposta, Elliot più che una casa editrice appare un gineceo, leggo sul sito che alla direzione editoriale c'è una donna, all'ufficio stampa due donne, all'ufficio diritti due donne, in redazione due donne, alla segreteria di redazione una donna (ma questo è giusto). Eric Zemmour ha ragione da vendere quando scrive che «oggi l'Europa è il continente di Venere». Potrebbe sembrare una bella cosa, pensando all'Afrodite Callipigia o a Botticelli, peccato solo che i continenti vicini stiano diventando sempre più i continenti di Marte... Meglio tornare a Kraus. Per quanto si impegni, la Fantappiè a un certo punto deve alzare le braccia, non le basta lo zelo correttista per trasformare in paladino dei diritti della donna colui che ha scritto: «Di notte tutte le vacche sono nere, anche quelle bionde». Unendo in una sola frase il grande filosofo, Hegel, con il piccolo porco che abita dentro di noi, probabilmente anche dentro di lui: a Kraus le donne piacevano parecchio. In una lettera al filosofo Weininger spiega abbastanza bene il suo atteggiamento nei loro confronti, simile a quello di Baudelaire: pur considerandole amorali e irrazionali, o forse proprio per questo, le adora. Ebbe svariate relazioni con donne di norma giovani e belle, perfino attrici, questo per dire che a muoverlo non era l'acidità del respinto. Il suo era un problema squisitamente intellettuale. «Con le donne monologo spesso», l'aforisma che intitola la raccolta, sotto la maschera del cinismo nasconde il bisogno di condivisione e il relativo fallimento. Non c'è letterato o artista che non ci sia passato. Kraus magari più di altri perché la sua scrittura, al di là degli aforismi fulminanti, non è per niente facile: è un grande autore satirico, non un cabarettista. Chi comprasse questo libro confondendolo con l'ultimo di Enrico Brignano andrebbe incontro a una cocente delusione.

Kraus può essere quanto di più ambiguo, parodistico, swiftiano, oltre che woodyalleniano con qualche anno di anticipo. «Talvolta la donna è un utile surrogato dell'onanismo. Naturalmente ci vuole un sovrappiù di fantasia»: ecco una battuta che sembra estratta da Io e Annie , la differenza è che Kraus non la scrive per far ridere ma per far pensare, c'è un retrogusto amaro nelle sue parole, si capisce che è un misogino suo malgrado, che farebbe volentieri a meno di esserlo se soltanto la realtà gli facesse la grazia di confutarlo. Si dimostra un osservatore acuto dei dettagli più intimi: «Il piacere della donna sta a quello dell'uomo come un poema epico sta a un epigramma» (e ditemi se qui non sembra proprio Longanesi, o Flaiano, o Montanelli). Come pure delle grandi questioni pubbliche, ad esempio quando analizza il voto femminile che giudica «un'idea disperata».

Ma il Kraus più politico, e più sorprendente, contenuto in Con le donne monologo spesso è quello che attacca magistratura e giornali per le violazioni dell'intimità degli imputati, per «la vergogna di un'umanità che si lascia mettere dalla giurisprudenza le mani sui genitali». Nulla di nuovo sotto il sole, chiaro. Anche a Vienna, anche un secolo fa, veniva spesso e volentieri inflitta la pena accessoria dello sputtanamento mediatico-giudiziario: «Che nel codice penale ci sia un articolo che condanna la divulgazione di fatti diffamanti relativi alla vita privata, questo giudice sembrava ignorarlo». Misogino sì, ma liberale: chissà cosa avrebbe scritto del Ruby Ter.