Ai funerali di Muhammad Alì Erdogan fa l'offeso e se ne va

Il «Sultano» vuole recitare il Corano davanti alla bara ma la famiglia è contraria. Rissa con le sue guardie

Ci vuol poco per far saltare la mosca al naso al padreterno turco. Nei casi di stizza grave, come sanno molti giornalisti di Istanbul e dintorni convinti di vivere in un Paese libero e democratico, si può sparire dalla circolazione per un pezzo, andando ad assaggiare il pane e il companatico servito nelle patrie galere. Nei casi meno gravi, come tutto sommato è quello di cui qui ci occupiamo, il padreterno turco volta le spalle e se ne va, mettendo la debita distanza fra la sua augusta persona e il resto del mondo. Poco importa, se Lui si sente offeso, che sia circondato da un parterre di illustri personalità internazionali; che sia ospite in casa altrui, e che il galateo diplomatico prescriva, in certi casi, come certo era il funerale di Mohammed Alì, di fare buon viso a cattivo gioco. Per sua eccellenza Recep Tayyip Erdogan, gli altri non contano. E se contano, non siamo molto lontani, quanto al loro peso specifico, dal due di picche.

Al funerale di Cassius Clay, che si celebrava ieri a Louisville, Erdogan non c'era. Sì, era anche lui a Louisville, ma alla fine, senza che sia stato fornito uno straccio di versione ufficiale, Erdogan se ne è andato, offeso dall'accoglienza irriguardosa ricevuta secondo lui negli Stati Uniti. Dicono che al signor presidente sarebbe piaciuto recitare alcuni versetti del Corano, ma gli è stato chiesto di soprassedere. Erano stati gli stessi famigliari di Cassius Clay, che ha voluto funerali islamici, a far sapere di essere contrari a una sovraesposizione politica, o politicizzata, dell'evento.

Grave mancanza di rispetto, secondo Erdogan. Ma fosse stato solo questo Il problema serio è sorto quando il presidente, che ad Ankara qualcuno ha ribattezzato «baffo di ferro», ha fatto sapere che era sua intenzione deporre sulla bara di Mohammed Alì, insieme col capo del dipartimento Affari religiosi, Mehmet Gormez, un pezzo di Kiswa, il drappo nero decorato con versetti coranici che si trova nel cuore della moschea della Mecca. Ma anche qui gli hanno spiegato che non era il caso; e che la Kiswa sarebbe dovuta restare nella custodia nella quale aveva attraversato l'Atlantico. Potevano bastare, due affronti di questa fatta, per convincere il presidente turco, affetto come il suo omologo russo Putin dalla sindrome del Padreterno, a fare dietrofront.

Ma ecco la ciliegina sulla torta: una mezza rissa, un parapiglia, una serie di spintoni tra le guardie del corpo del presidente turco e alcuni agenti del Secret Service, quegli armadi vestiti di nero col bottone nell'orecchio incaricati di proteggere le più alte cariche dello Stato americano, a partire dal presidente e dagli ex presidenti degli Stati Uniti.

Come Bill Clinton, nella fattispecie, incaricato di tenere l'elogio funebre durante la cerimonia. Autoritario, paternalista, insofferente del galateo democratico e delle critiche che la stampa ogni tanto ma con cautela - gli rivolge, «Baffo di ferro» Erdogan è da quasi undici anni al potere. Ma da tempo, come accade a chi resta troppo tempo al comando, Erdogan ha perso il senso della misura. E si comporta come un sultano d'altri tempi.