Via all'assalto finale a Raqqa Ma le milizie Isis sono in fuga

Le forze curde guidate dagli Usa annunciano l'attacco alla «seconda capitale del Califfato». Esodo jihadista

La «seconda capitale» dello Stato Islamico sta per cadere quasi senza opporre resistenza. Le forze curdo-siriane (Fsd), sostenute dalla coalizione internazionale a guida americana, hanno annunciato ieri l'inizio dell'assalto finale a Raqqa, la città siriana che da quattro anni è l'equivalente - seppure in scala minore - di quello che Mosul rappresenta in Irak. Eppure, sembra che la grande battaglia per la liberazione di Raqqa sarà in realtà qualcosa di molto meno epocale di quella in corso da mesi per la riconquista della seconda maggiore città irachena. Questo perché, nell'imminenza dell'attacco contro il bastione islamista ormai circondato, sarebbe stato raggiunto un accordo tra l'Fsd e l'Isis per consentire ai miliziani del «califfato» di lasciare la città dirigendosi a sud portandosi dietro le loro armi leggere e le loro famiglie.

In questi giorni l'annunciato attacco a Raqqa è stato preceduto da quotidiani bombardamenti sulla città, che hanno provocato decine di vittime tra i civili: l'ultimo proprio ieri con una ventina di morti. «Ma questo sforzo militare - dichiara l'attivista siriano Khalil al-Abdallah, che vive nella città siriana dove lo Stato Islamico ha stabilito la sua roccaforte - non è affatto necessario. L'organizzazione dello Stato Islamico si è dileguata con la stessa rapidità con cui nel 2013 aveva fatto la sua comparsa. Allo stato attuale le Fds sono in grado di assaltare Raqqa facilmente e senza resistenza». Non è un caso - afferma al-Abdallah - «che non si siano verificate violente battaglie, se non di rado con piccoli gruppi di miliziani che non erano riusciti ad uscire dalla città».

I preparativi per l'assalto finale sono noti e in fase più che avanzata: sono stati ricostruiti i ponti che permetteranno in queste ore alle «forze democratiche siriane» di attaccare Raqqa da oriente. Il generale americano Steve Townsend, comandante generale della coalizione anti Isis, sostiene - in contrasto con le voci che giungono da dentro la città - che la lotta per liberare Raqqa sarà «lunga e difficile» ma infliggerà un «colpo decisivo all'idea dell'Isis come un califfato fisico».

In attesa di verificare quale delle ipotesi sulla battaglia per Raqqa sarà confermata dai fatti, l'attenzione viene già fissata sul futuro della città riconquistata. Suscita infatti preoccupazioni la prospettiva di un governo di Raqqa da parte di autorità curde, situazione che potrebbe crearsi sul terreno in conseguenza della presa della città da parte di milizie curde. La maggioranza della popolazione locale non sembra incline ad accettare questa novità, e sembra che gli Stati Uniti intendano coinvolgere in responsabilità di governo le tribù locali.

L'obiettivo non è però facile da conseguire. Queste tribù infatti sono state fino a oggi in buona parte attive fiancheggiatrici dell'Isis e sarebbe quindi necessario prima un lavoro di convincimento a collaborare e poi un'azione di individuazione dei capi che si sono resi complici del sedicente califfo al-Baghdadi.

Non è tutto. È infatti ben nota l'aperta ostilità della Turchia nei confronti dei curdi, che Ankara mette sullo stesso piano dei terroristi del Pkk. Il presidente turco Erdogan, ancora sabato scorso, aveva avvertito gli americani - che sono alleati della Turchia nella Nato - di essere «pronto a rispondere a qualsiasi attacco proveniente dalle Forze democratiche siriane senza avvertire nessuno, nemmeno gli Stati Uniti». E ieri il premier Yildirim ha ribadito che la Turchia «non esiterà a reagire» a qualsiasi minaccia alla propria sicurezza proveniente da Raqqa. Insomma, la guerra per la liquidazione dello Stato Islamico non è ancora finita e già si delinea la prossima tragedia per il Medio Oriente senza pace.