Alta tensione sull'Italicum Fronda Pd pronta a colpire

Renzi infuriato coi suoi: «Qui non si gioca a Monopoli, dove ogni volta si torna all'inizio» Ottanta deputati voteranno no in assemblea, poi sì in aula. Speranza pensa alle dimissioni

Stasera i trecento e passa (il numero esatto non si sa, visto che qualcuno si arruola ogni giorno, in fuga da altri partiti in declino) deputati del Pd si riuniranno in assemblea, per decidere la linea sull'Italicum. Si prevedono fuochi d'artificio, un'introduzione brillante e polemica del premier - che già ieri ha fatto capire alla minoranza che non c'è trippa per gatti e che l'Italicum si vota così com'è, perché «non siamo al gioco del Monopoli, che ogni volta si torna a vicolo Corto», e che chiederà formalmente al suo partito di non presentare emendamenti all'Italicum -; interventi drammatici dei suoi oppositori, Bersani in prima linea, che diranno che l'Italicum è la fine della democrazia e della pace nel mondo; un possibile annuncio di dimissioni del capogruppo Roberto Speranza, che della minoranza fa parte; infine un voto. Come finirà? L'ipotesi più probabile, ma non ancora certa, è che gran parte della minoranza Pd (sulla carta sono in 80, nel mondo reale molti meno) voterà contro la linea del segretario-premier nell'assemblea del gruppo, e poi - quando si tratterà del voto vero, quello in aula - si allineerà con il partito. Facendo quindi passare in carrozza la nuova legge elettorale. Bastava ascoltare ieri Matteo Mauri, incaricato di riferire ai giornalisti l'esito delle riunioni fiume tenute a Montecitorio dalla fronda Pd per capire che il grosso di loro si rende conto dell'autolesionismo di cercare ora e sulle riforme lo scontro finale con Renzi - come invece auspicano Bersani, D'Alema e qualche altro pasdaran - e vuole una conclusione più pacifica possibile: «C'è una differenza sostanziale tra la discussione in un gruppo, dove ognuno ha il dovere di dire la sua, e il comportamento in un'aula istituzionale». In Parlamento, insomma, si assicurerà lealtà alla linea del partito e del governo. Anche perché altrimenti se ne dovrebbero trarre le conseguenze e uscire dal partito medesimo, e quasi nessuno vuole farlo. Quale sia la speranza cui si aggrappano Bersani & Co lo fa capire Miguel Gotor: «Come finirà? Aspettiamo: c'è il voto di domani, poi il cammino in commissione e poi i voti in aula, alcuni dei quali saranno voti segreti. Al termine tireremo le somme». Insomma, si spera nel voto segreto: se su un emendamento si coagulassero i voti della minoranza Pd, di Forza Italia e dei grillini qualche modifica potrebbe passare, e la legge dovrebbe tornare al Senato. «Ed è chiaro che se torna a Palazzo Madama la legge elettorale è morta, come vogliono gli anti-renziani», dice Roberto Giachetti. In casa renziana sanno che i bersaniani puntano sull'incidente nel segreto dell'urna, ma non mostrano allarme: «Il Parlamento è molto ampio e frastagliato, e non vorrei che i nostri frondisti avessero una delusione e scoprissero che, proprio a voto segreto, l'Italicum ottiene più consensi di quelli che ha sulla carta», dice David Ermini. In fondo, ricorda, pochi mesi fa questa stessa legge è stata compattamente votata da Forza Italia, e magari «molti sono rimasti di quell'opinione».

Resta il caso Speranza: il capogruppo è tormentato, ha sul collo il fiato di Bersani che gli ripete che «ci sono momenti in cui occorre tirare una linea e fare una scelta», dall'altra Renzi con cui oggi si incontrerà. E ha una tentazione: fare il beau geste delle dimissioni, in nome della sua opposizione all'Italicum, per acquisire nuova credibilità nell'area della sinistra ex Pci e ritagliarsi il ruolo di leader della minoranza e magari di futuro candidato alla segreteria in alternativa a Renzi. Liberando finalmente la sinistra Pd dall'ipoteca dei Bersani, D'Alema e compagnia. Resta da vedere se resisterà alle lusinghe di Renzi, che gli chiederà comunque di restare al suo posto.

di Laura Cesaretti

Roma

I deputati del Pd che si sono riuniti ieri sera in assemblea per decidere la linea sull'Italicum