Altro che presidente del nuovo Senato Il primo giorno da pensionato di Fassino

Senza fascia tricolore è solo consigliere. E rischia di perdere anche l'Anci

nostro inviato a Torino

Si immaginava re per altri cinque anni, siamo già ai titoli di coda. Piero Fassino detronizzato. Addio a Palazzo civico e ai sogni di grandeur in salsa sabauda. Poco più di un anno fa, all'inizio del 2015, il suo nome era circolato fra i papabili al Quirinale. Non se n'era fatto nulla per via di un veto dell'area bersaniana che non gradiva lo smarcamento del primo cittadino in direzione Renzi. E allora giù dal Colle ma lo scivolone pare senza fine.

Con Palazzo Civico, che solo domenica pomeriggio pareva inespugnabile, se ne va probabilmente anche la tribuna dell'Anci, la leadeship del partito dei sindaci. Fassino faceva la spola fra Torino e Roma dove trascorreva 48 ore la settimana. In teoria l'ex segretario dei Ds ed ex ministro della Giustizia potrebbe continuare a pendolare fino al 2019, quando l'incarico scadrà, ma è difficile che un ruolo così pesante possa restare nelle mani di quello che è ormai il capo dell'opposizione in consiglio comunale.

La verità è che a 66 anni Fassino si ritrova di botto prepensionato. E perde consistenza anche un'altra suggestione per cui era circolato nei mesi scorsi il suo nome: quello di presidente del nuovo Senato, disegnato dalla riforma del tandem Renzi-Boschi. Fassino esce di fatto da quel circuito e si ritrova alla periferia dell'impero. Nei giorni scorsi aveva drizzato le antenne e aveva capito che l'abbraccio del premier avrebbe potuto essergli fatale. Troppe convergenze su Appendino da destra e da sinistra, troppi endorsement sospetti per la candidata 5 stelle, troppa voglia di buttare giù il muro di Torino e un sistema di potere collaudato da 23 anni, troppo desiderio di mandare un segnale di sfratto all'inquilino di Palazzo Chigi. Ma il tentativo di separare il proprio destino da quello del premier non è riuscito. Fassino si è trovato all'angolo, surclassato con un distacco che nessuno aveva previsto di quasi 11 punti. Un'enormità. E una botta disastrosa.

È la fine senza appello di un mondo e lui, versata qualche lacrima, commenta acido e orgoglioso: «Ora sento dire che Torino non era mal governata, questo è un giudizio politico». La débâcle deve pesare sulle spalle del premier, non sulle sue di gran lavoratore che si era dato da fare per rilanciare l' immagine di una città 2.0. Con i musei e i ristoranti al posto delle grandi fabbriche. Renzi contraccambia e lo scarica in diretta con una frase che è una lapide: «Non potevo non candidare Piero Fassino». Dove tutte quelle negazioni fanno capire l'impaccio, i dubbi, perfino le premonizioni di quel che poi è successo.

Marchionne cercherà un nuovo partner con cui dialogare, lui dovrà trovarsi un'altra occupazione. Difficile immaginarlo imprigionato in quel consiglio comunale in cui si aggirava già 40 anni fa, quando il giovane dirigente del Pci scortava ai cancelli di Mirafiori Enrico Berlinguer. Oggi quelle foto lontane segnano un limite forse invalicabile.

SteZu