Amante o suocera, per voi lettori ho cambiato faccia

In questo mese ho rappresentato le varie figure femminili che rispecchiano interni familiari noti a tutti. Mi hanno risposto 14 giornalisti. Abbiamo dato voce a rabbia, odio, ansia e dolore

Cari lettori, gentili signore e signori, abbiamo trascorso insieme questo mese d'agosto e devo proprio dire che per me si è trattato di un'esperienza molto ricca, anche se un po' inquietante.

Il progetto, che il Direttore aveva approvato fin da subito in ogni sua parte, senza riserve (e senza censure, com'è costume rarissimo nei giornali), consisteva nel racconto del dolore e del disagio che nascono dai conflitti di coppia e familiari, quando non c'è lealtà, armonia, condivisione nel percorso di vita. Ho scelto di proporre i personaggi, funzionali a dare un'idea rapida ed efficace delle battaglie emozionali, nello schermo dello scambio epistolare. «Caro uomo ti scrivo» ha dunque permesso che io mi moltiplicassi in quattordici donne «scrivane», di ruoli e caratteri diversi, e altrettanti giornalisti uomini hanno risposto alle mie lettere che rispecchiavano differenti interni familiari. Mamma, moglie, convivente, amante, cognata, amica, ex, hanno così dato voce alla rabbia, all'odio, all'ansia, al dolore; l'uomo di turno, di volta in volta, ha cercato di difendersi, attaccare, deviare dal problema. Mai di risolverlo, perché così va il mondo. Quasi sempre, nelle guerre familiari, prevalgono sul bene comune l'ipocrisia, l'interesse, la paura, l'egoismo. L'incapacità di volere capire l'altro e le sue ragioni.

C'è stata pure la suocera, la più dura che potessi descrivere, che ha voluto mettere il genero, il più vigliacco che potessi immaginare, di fronte alle sue responsabilità; uno stereotipo di combattimento che non si poteva trascurare, giacché presente persino nelle barzellette. Ebbene, chi non ha capito il senso generale e strategico del progetto narrativo, non pago di avermi già considerata moglie lagnosa, madre degenere, killer seriale di maschi e anche un po' puttana, mi ha voluto vedere come la suocera perfida che lava in pubblico i panni sporchi della famiglia e ha voluto individuare il genero in genere nel mio genero reale. Un putiferio malevolo e ignorantello che ha allietato i maligni e gli invidiosi del web e dell'editoria. Ma la gente mi crede così scema da raccontare i fatti miei? O così incapace, da volermi servire di un giornale, invece di usare strumenti più efficaci? Si sa che la scrittura un po' è ispirazione e un po' traspirazione, ma cospirazione certamente no. E tantomeno masochismo. Se avessi tralasciato di inserire genero-suocera nelle coppie familiari descritte, il quadro sarebbe stato incompleto e io una vile ipocrita. Ma poi, perché pensare a me e non alla Scicolone? Anche lei, nota madre della Mussolini, ipoteticamente potrebbe essere in conflitto attuale con il genero. In realtà invece, qualsiasi suocera al mondo, volendo difendere la figlia e volendo spiegare la dinamica del tradimento di un genero (che non è mai solo quello sessuale), si esprimerebbe come io ho pensato di fare nella lettera finta. Questa personalizzazione di tante cose che ho scritto, ecco un po' mi ha inquietata. Tuttavia la redazione e io siamo state alluvionate anche dalle vostre lettere che hanno capito e affrontato i diversi temi, le differenti declinazioni del dolore percependo con chiarezza la metafora funzionale.

Abbiamo conosciuto le vostre storie vere, abbiamo apprezzato il vostro coinvolgimento e la capacità di molti di offrire prospettive di giudizio più severe o più indulgenti. Abbiamo constatato con sorpresa l'affettuoso interesse di tanti nel seguirci quotidianamente per tutto il mese, a volte criticandoci, a volte elogiandoci. Ci siamo convinti dunque di avere fatto una scelta opportuna nell'offrire la possibilità di sapere, confrontarsi, discutere sul tema familiare, anche in termini dolorosi, quando sport, politica e gossip riempiono indecentemente le pagine dei giornali. Io personalmente ho percepito in parecchi di voi il pensiero che il problema di vita che vi angustiava fosse proprio solo vostro. L'occasione delle «lettere d'estate» è stata invece per alcuni propizia a comprendere che i meccanismi di distruzione della famiglia e di deterioramento dei sentimenti sono purtroppo sempre uguali e ripetitivi. Ognuno ricama la propria tela con gusto e personalità originali, in mille modi diversi; quando poi la si vuole disfare o stracciare, i sistemi sono sempre quei due o tre. Se ve lo dico io, mi dovete credere. In trent'anni di confidenza con il dolore e lo smarrimento di chi vede la sua vita sfilacciata o stracciata, all'improvviso o progressivamente, ho imparato che non servono le lacrime, né il vittimismo, né la vendetta, ma la consapevolezza razionale che non esiste garanzia alla felicità. Siamo padroni solo di noi stessi e della nostra onestà. Se ipotechiamo il nostro benessere alla fiducia che concediamo agli altri, possiamo solo sperare di avere la fortuna che gli altri onorino il debito. Mai la certezza che lo faranno.

Devo infine confessarvi che nel panorama delle coppie familiari e d'amore difficile, ne manca una. Ho cominciato tante volte, in verità, a scrivere «caro papà». Ma non sono mai stata in grado di continuare. La relazione padre-figlia è troppo personale e ricca di significati indelebili, per riuscire a estraniarsi e a sdoppiarsi in un'altra figlia di un altro padre. Il mio papà è ancora oggi la forza dei miei valori; la sua tenerezza, anche di fronte alla mia costante ribellione, è indimenticabile. L'unico dolore, inconsapevole, che mi ha lasciato è la sua morte. Ma l'amore non ha bisogno di avere: vuole solo amare. Anche nel ricordo.

Grazie dell'attenzione e della partecipazione, amici (posso?) lettori di questo mese insieme. E ve lo dice non la moglie, la suocera, la madre, la cognata, la convivente immaginarie, ma questa volta la vera Annamaria Bernardini de Pace.