America, la protesta continua. Ma Trump: "È per la sicurezza"

In 16 Stati i procuratori impugnano il decreto. Ancora manifestazioni in piazza. Donald non fa passi indietro

Non si placa la bufera per l'ordine esecutivo firmato da Donald Trump che congela l'ammissione dei rifugiati e dei cittadini provenienti da sette Paesi a maggioranza islamica. Gli Stati Uniti sono in rivolta e il popolo anti-tycoon è arrivato a manifestare fin sotto la Casa Bianca al grido di «no muslim ban». Il presidente Usa, però, ha difeso il suo decreto, ribadendo che «non si tratta di un bando contro i musulmani né di religione, ma si tratta di terrore e di mantenere il Paese sicuro. L'America è una orgogliosa nazione di immigrati, e continueremo a mostrare compassione verso coloro che fuggono dall'oppressione, ma lo faremo proteggendo i nostri cittadini e i nostri confini - ha aggiunto - L'America è sempre stata la terra della libertà e la patria dei coraggiosi». Poi, ha sferrato un attacco alla stampa: «La manterremo libera e sicura, i media lo sanno, ma si rifiutano di dirlo». Trump ha anche chiamato in causa il suo predecessore, ricordando come la sua politica, tanto criticata, «è simile a ciò che ha fatto l'ex presidente Barack Obama nel 2011, quando ha vietato i visti ai rifugiati dall'Irak per 6 mesi».

«I sette paesi nominati nell'ordine - ha aggiunto - sono gli stessi precedentemente identificati dall'amministrazione Obama come origini del terrore». E proprio l'ex Commander in Chief, nella sua prima dichiarazione dopo l'addio alla Casa Bianca, ha detto di essere «rincuorato» dalla risposta del Paese, poiché «in gioco ci sono i valori americani». Intanto, però, i procuratori generali di 15 stati americani e del District of Columbia, dove si trova la capitale Washington, hanno condannato il decreto definendolo inconstituzionale, e assicurando che «useranno tutti gli strumenti dei propri uffici per contrastarlo». Per loro la libertà religiosa è un principio fondamentale del Paese, e si sono impegnati a cercare di proteggere le persone colpite dalla misura.

Durissima anche la condanna dell'Onu: secondo l'Alto Commissario per i diritti umani, Zeid Ra'ad al Hussein, l'azione del tycoon è «illegale, meschina e spreca risorse necessarie per una corretta lotta contro il terrorismo». In campo sono scese pure le associazioni musulmane in America, con il numero uno del Council on American-Islamic Relations, Nihad Awad, che ha annunciato una causa federale. Mentre i leader democratici stanno guidando una protesta in Congresso con l'obiettivo di far passare in Senato un testo che abroghi il decreto del presidente. Un'impresa quasi impossibile vista la mancanza dei numeri necessari, nonostante il pressing fatto nelle ultime ore su molti senatori repubblicani, sei dei quali si sono detti contrari al bando, tra cui John McCain e Lindsay Graham. E a tradire l'eventuale allineamento del vice presidente Mike Pence a Trump è un suo tweet (poi cancellato) di oltre un anno fa, quando era governatore dell'Indiana, e aveva definito l'allora promesso bando dei musulmani negli Usa «offensivo e anticostituzionale». Una posizione ben diversa da quella presa lo scorso venerdì dalla nuova amministrazione e dallo stesso Pence.

Il popolo anti-Trump invece, dopo aver cinto d'assedio gli aeroporti del Paese, a partire dal Jfk di New York, è tornato a scendere in piazza in altri luoghi iconici. Un'enorme folla si è radunata a Battery Park, punta estrema a sud di Manhattan davanti alla baia dove si trova la Statua della Libertà, simbolo dello spirito di accoglienza dell'America. E dove i manifestanti hanno chiesto a gran voce «l'impeachment» per il presidente. A Washington, invece, altre migliaia di persone hanno protestato davanti alla Casa Bianca. La Casa Bianca, però, è rimasta ferma sulle sue posizioni: «Il presidente farà tutto ciò che è in suo potere per prevenire ogni potenziale minaccia alla sicurezza del Paese», ha ribadito il portavoce Sean Spicer. «Non sappiamo quando sarà il prossimo attacco, possiamo solo prevenire - ha aggiunto - La sicurezza dei nostri confini e della Nazione sono e restano la priorità delle priorità per Trump».