Ammazzò la moglie ma la pena è dimezzata: "Lei lo aveva illuso"

All'assassino 16 anni di carcere invece di 30. Il legale: "Riesumazione del delitto d'onore"

E adesso viene da chiedersi: cosa succede nella magistratura italiana? Come è possibile che nel giro di una settimana, da un capo all'altro della Penisola, saltino fuori tre sentenze che sembrano riportare indietro di anni la civiltà giuridica nel campo dei delitti contro le donne? Dopo Bologna e dopo Prato, adesso tocca a Genova: dove giudicando l'assassino di una donna il giudice se la prende con la vittima, col suo comportamento «del tutto incoerente e contraddittorio, che ha illuso e disilluso nello stesso tempo» l'assassino; e arriva a scrivere che la coltellata mortale «non aveva intento punitivo».

Che si tratti isolati o del segno di una regressione culturale, le tre sentenze - di diversa gravità, va detto - fanno inevitabilmente discutere. Anche l'ultima, oltretutto, porta la firma di un giudice donna: proprio come quella che a Ancona ha assolto il violentatore di una ragazza, troppo brutta - secondo la sentenza - per essere stuprata.

La sentenza genovese è stata emessa nel dicembre scorso dal giudice preliminare Silvia Carpanini. A Javier Napoleon Pareja, che l'8 aprile dello scorso anno ammazzò la propria moglie Jenny Angela Coello, il giudice infligge sedici anni di carcere, invece dei trenta chiesti dall'accusa. E le motivazioni dello sconto, secondo l'avvocato della famiglia della vittima, Giuseppe Maria Gallo, costituiscono «fondamentalmente una riesumazione del delitto d'onore».

L'uccisione di Jenny matura nel contesto di un degrado a base di alcool e di violenza che aveva segnato da sempre il suo matrimonio e che precipita quando lei sceglie di andarsene con un altro uomo. Le testimonianze a verbale raccontano con dovizia di dettagli raccapriccianti le persecuzioni e le violenze sessuali cui la donna era sottoposta dal marito: anche se nella sentenza il giudice ricorda che solo una volta la vittima aveva avuto il coraggio di denunciare il suo aguzzino.

Pareja torna in Ecuador, al ritorno si ripresenta nella casa familiare, e Jenny fa l'ultimo errore della sua vita: lo riaccoglie. L'uomo si aggira per la casa, trova le tracce della presenza del rivale, si infuria. Come va a finire lo racconta lui stesso al pm: «Gli diceva che le faceva schifo, lei si è messa a ballare come una scema ripetendo che non è un uomo. A quel punto si è alzato ed ha preso il coltello. Lei ha detto che non aveva i coglioni per ucciderla (...) e a quel punto ha inferto l'unico colpo, letale». Forse Jenny si poteva salvare ma Javier non chiama nemmeno l'ambulanza: prende dal frigo le ultime tre bottiglie di birra rimaste e se ne va.

Eppure il giudice concede all'assassino le attenuanti generiche dandogli atto che «in altre occasioni l'imputato pur legittimamente risentito per il comportamento della moglie ha dimostrato di voler dominare i propri scatti d'ira». «Pareja è tornato convinto dalle insistenze della moglie e non può che confidare che sia cambiata, pronto a ricominciare una nuova fase della vita coniugale. Ma Angela non è affatto cambiata». E se è vero che l'ha colpita in una zona vitale «non ha semplicemente agito sotto la spinta della gelosia ma di un misto di rabbia e disperazione, profonda delusione e risentimento». «Ha agito sotto la spinta di uno stato d'animo molto intenso, non pretestuoso, né umanamente del tutto incomprensibile». Una giustificazione in piena regola. D'altronde, conclude il giudice, la donna sarà anche sta ammazzata «ma non c'è stata nessuna premeditazione né bieca volontà di sopraffare la vittima».