Ammazza la compagna e la nasconde in frigo Era già stato denunciato

A fare scattare l'allarme alcuni vicini che sentivano tanfo provenire dalla cantina

Andrea Acquarone

È l'ennesima storia di un delitto annunciato, di uomini che odiano le donne, ma che la nostra Giustizia troppe volte non riesce a fermare in tempo. Nonostante le denunce, nonostante le violenze si ripetano, a dispetto di segnali prodromi della tragedia. Drammi così identici nella loro feroce ripetitività da apparire quasi ineluttabili. Come fisiologici. Il lutto così raddoppia, in dolore e rabbia, ira soprattutto di fronte al solito beffardo ritornello che ci sente ripetere quasi con rassegnazione: «Tutti sapevano, nessuno ha fatto nulla». È vero. A Bernadette Fella, 55 anni, denunciare il suo compagno e non una sola volta, non è bastato a salvarle la vita. È morta, strangolata in casa, nel silenzio e nell'indifferenza, senza che alcuno per giorni si accorgesse di nulla.

Solo l'odore, quell'inconfondibile tanfo di decomposizione, accelerato e appesantito da queste torride giornate di inizio estate, ha richiamato l'attenzione.

La palazzina in mattone di tre piani, nel quartiere Madonnina a Modena, dove Bernadette, per tutti «Betta», abitava è di una sobria eleganza. D'epoca e discreta, un po' come chi ci vive e adesso assiste all'orrore tra lacrime e senso d'impotenza. Soprattutto le vicine che la conoscevano, avevano visto lui, donne che sapevano ciò che accadeva tra le mura domestiche, delle violenze, delle botte, degli esposti che la vittima presentava ormai da mesi ai carabinieri. L'ultimo circa una settimana fa. Il suo fidanzato si era trasformato in aguzzino, l'ultima volta le aveva spaccato un paio di denti. Armando Canò, 50 anni, una vita balorda ma non abbastanza da farlo considerare tanto pericoloso, però non aveva finito. Se n'era andato, sbattendo la porta, ma aveva ancora le chiavi di casa. E qualche giorno fa è tornato. «L'ho strozzata durante una lite» ha confessato laconico alla pm. Il cadavere, prima di andarsene lo ha poi nascosto nella cantina, al piano terra. In un frigo che però non funzionava. O ha smesso di farlo.

Non era un ratto, un qualche animale morto intrappolato a provocare quella puzza sempre più intollerabile. L'altra sera qualcuno si è così deciso a chiamare vigile e pompieri. Da dove arrivasse si è presto capito, e che fosse un omicidio è apparso evidente, anche se lo stato di decomposizione del corpo non lasciava intravedere particolari lesioni. I poliziotti della Squadra Mobile si sono subito concentrati su Canò. E nel giro di poche ore lo hanno rintracciato a Castelfranco Emilia, 14 chilometri da Modena. Era a casa di un'amica.

Fermato e portato in questura alle due di notte, dopo aver inizialmente negato, all'alba, messo alle strette, ha ammesso davanti al procuratore Katia Marino. «Sì sono stato io, abbiamo litigato». Ora si trova rinchiuso in carcere con l'accusa di omicidio e occultamento di cadavere.

Si sarebbe dovuto farlo prima. Mentre nel nostro democratico parlamento, la sinistra pensa a una legge per introdurre l'educazione sentimentale nelle scuole. Magari se ne vedrà l'efficacia tra vent'anni.

Ma nel frattempo? Forse basterebbe vagliare meglio le denunce.