Anche il calcio ora è con il fiato sospeso Conte, Mazzarri e gli altri tifano per il «no»

In ballo interessi miliardari. In caso di Brexit cambiano le regole e i contratti

Tony Damascelli

Antonio Conte prega. Prega, con lui, Walter Mazzarri. Pregano tutti gli europei, allenatori e calciatori, con il contratto in tasca, pronti a traslocare sull'isola di Elisabetta. Se il Regno Unito esce dal Vecchio continente, dall'Europa, saltano anche gli impegni contrattuali, questo dicono le regole delle federcalcio inglese e britannica. Tutti i lavoratori, non cittadini europei, hanno bisogno di un permesso di lavoro per poter svolgere la loro attività sul territorio britannico. Nel caso dei calciatori che provengono da continenti lontani è necessario presentare un curriculum che comprenda almeno due terzi delle presenze nella squadra nazionale, quindi si rende necessario anche un visto, anzi è indispensabile. Dunque, l'esito del referendum lascerà i britannici naufraghi sulla loro isola ma porterà a conseguenze che saranno pesantissime anche per il mondo del football.

Nelle stesse ore in cui il football made in United Kingdom si è fatto riconoscere, non soltanto per gli hooligans inglesi, ma con le prestazioni delle tre nazionali in corsa, Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord, alla quale si può aggiungere l'«estranea» Repubblica d'Irlanda, contemporaneamente il Regno potrebbe restare unito ma staccato. Non ci saranno ripercussioni sulla partecipazione alle coppe dei clubs, l'Uefa conta il doppio delle nazioni iscritte rispetto all'Unione Europea, ai suoi tornei partecipano le squadre di Russia e Svizzera, come di Israele, Paesi che non fanno parte della comunità ma hanno voce e voto nel governo calcistico che ha sede a Nyon. Il problema, serio, nascerebbe in Premier League.

Qui le regole sono rigorose anche se sono state aggirate con alcune furbate dettate dai procuratori sportivi: sudamericani con passaporto spagnolo (Diego Costa, brasiliano di passaporto, poi naturalizzato spagnolo e titolare della nazionale di Del Bosque e anche del Chelsea), stranieri d'Africa e di Asia affittati a club europei e, dunque, in seguito prelevati come cittadini continentali. Ora la fuga dall'Europa significherebbe il crollo dell'Impero calcistico, l'addio a contratti facili con francesi e spagnoli, tedeschi e italiani, l'isola del tesoro non sarà, per gli europei, un facile e felice approdo.

Ho detto di Conte che per tre anni riceverà denari sontuosi dal Chelsea di Abramovich o di Mazzarri che ha sottoscritto un contratto triennale con il Watford della famiglia Pozzo. Si troverebbero nella condizione di dover chiedere un permesso di lavoro, di essere considerati, per legge nuova, stranieri a tutti gli effetti, cittadini di una comunità della quale l'Inghilterra ha fiutato di far parte. Nessun problema per i residenti, Ranieri o Guidolin, Ogbonna e Darmian, per restare nel circo calcistico, tutti iscritti e registrati. Si possono prevedere sontuose liste di attesa, lunghe code anche per i tifosi inglesi in partenza per le coppe, visti e autorizzazioni doganali, anche per Easyjet e Ryanair si possono immaginare crolli di budget che verrebbero scaricati sui passeggeri e sul prezzo dei biglietti e dei servizi non più low cost.

L'Europa diventa un altro mondo, torna di moda il titolo del Daily Mail nei favolosi anni Trenta: «Nebbia sulla Manica, il continente isolato». Ma qui non si scherza, non è più superiority complex, è la svolta. Soltanto 50 calciatori stranieri su 161 della Premier rispettano i criteri dell'eventuale nuova legge. Gli altri dovranno mettersi in regola se vogliono partecipare al campionato che incomincerà. Il valore del brand calcistico inglese, finora al primo posto mondiale, entrerebbe in crisi, una Premier più «ristretta» non avrebbe lo stesso fascino, i 7 miliardi di euro garantiti dalle emittenti televisive, dopo l'ultimo contratto, potrebbero essere rivisti e corretti. Da Amleto a Cameron, è sempre dubbio scespiriano: essere o non essere?