Ancora stragi in mare e tutti bocciano Alfano: niente hotspot in acqua

In Libia trovati oltre 100 cadaveri in spiaggia Ue e Ong contro i centri d'accoglienza galleggianti

Giuseppe Marino

Il Mediterraneo trabocca di corpi senza vita. Non è, purtroppo, una delle tante immagini a effetto usate in questi giorni per raccontare le perdite del fronte di guerra che è diventata l'ondata migratoria: ieri il mare ha davvero restituito corpi senza vita. A Zuara, sulla costa della Libia a 120 chilometri da Tripoli, sono affiorati 117 cadaveri anonimi.

Non solo non se ne conoscono i nomi e le provenienze, ma nemmeno se siano vittime di un nuovo naufragio o, come dice un osservatorio specializzato sul web, Migrant report, caduti di una delle altre tragedie in mare che da inizio anno fanno contare 2.500 morti. Una conta orrorifica che si aggiorna quotidianamente. Ieri un'altra imbarcazione è stata soccorsa al largo di Creta. Salvate 340 persone, le vittime sicure sono quattro, ma a bordo sarebbero stati in 700. Il tutto mentre chi ha responsabilità di governo, come il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Sandro Gozi, per amore di polemica in tv (a Otto e mezzo su La7) contro Matteo Salvini, inventa un «record di morti nel 2011 quando al governo c'era la Lega». Magari fosse così, significherebbe che il fenomeno è in calo. Ma la verità è che i numeri galoppano paurosamente verso il primato del 2015, in cui persero la vita in mare 3.771 persone, stando ai dati dell'Organizzazione mondiale per i migranti.

E il peggio è che al momento dal governo trapelano proposte dalla fattibilità tutta da verificare. L'ultima: contratti con i Paesi di partenza dei migranti che fissino una serie di doveri reciproci e creazione di hotspot direttamente in Africa. Una variante dell'idea del ministro degli Interni Angelino Alfano, gli hotspot galleggianti, che intanto rischia già di naufragare in un mare di ostacoli giuridici. Una serie di Ong sta affilando le armi per preparare ricorsi basati sul diritto internazionale, come la Convenzione europea dei diritti umani che vieta di privare della libertà di movimento le persone senza la pronuncia di un magistrato. C'è già un precedente: la condanna a Strasburgo della Francia per aver confinato ai propri alloggi l'equipaggio di una nave colombiana sospettata di aver trasportato cocaina. Fulvio Paleologo Vassallo, docente di Diritto internazionale che opera sia con l'Associazione per gli studi giuridici sulle migrazioni che con «LasciateCientrare», è ancora più drastico: «L'intero sistema degli hotspot è privo di basi giuridiche - dice - il governo italiano continua a promettere all'Ue le fotosegnalazioni in cambio del ricollocamento in altri Paesi o dell'aiuto a rimandarli in patria, ma sono operazioni giuridicamente discutibili e costose». Il risultato, avvisa il giurista, è un sistema di accoglienza sempre più ingolfato e presto migliaia di ricorsi. Come quello di un gruppo di siriani cui una corte greca ha dato ragione annullando il trasferimento in Turchia.

Nel frattempo la politica si limita alla testimonianza. Come ha fatto ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in visita a sorpresa all'hotspot di Lampedusa: «Questa è la porta d'Europa che si è aperta a dispetto degli egoismi e all'insegna della solidarietà». Parole lette da qualche esponente leghista come elogio dell'immigrazione libera. Ma all'orizzonte, dietro le opposte retoriche, non si vede il faro di soluzioni concrete.