Angela crolla: mai così fragile a casa e in Europa

La Merkel non è più il faro dell'Unione. E si allunga lo spettro della crisi di governo a Berlino

Berlino Hanno scritto «missione impossibile» e che Angela Merkel è diventata la leader della «grande collisione». Negli ultimi tempi i giornalisti tedeschi si sono sbizzarriti nel descrivere le oggettive difficoltà della cancelliera nazionale. Titoli tanto più notevoli se si considera che la donna alla guida della Germania dal 2005 ha goduto più a lungo di altri leader tedeschi di una stampa largamente benevola. D'altro canto conservatori e progressisti le hanno sempre riconosciuto di aver governato bene la Repubblica federale, interpretando al meglio i ruoli che le circostanze richiedevano e infilando una serie ineguagliata di primati.

Angela Merkel è stata la prima donna a guidare il partito cristiano democratico tedesco (Cdu), la prima a ottenere la cancelleria federale, e la prima a farlo pur essendo cresciuta nell'ex Ddr. Fra le (poche) critiche rivoltele c'è quella di non avere obiettivi da indicare ai tedeschi. Critiche forse ingiuste, più legate al suo stile di comando sempre un passo indietro e un tono sotto che non alla sua oggettiva capacità di decidere. Non va dimenticato che il giorno dopo Fukushima Merkel ha annunciato la svolta energetica, con l'abbandono del nucleare e la transizione verso le fonti rinnovabili, mettendo fuorigioco i Verdi e 30 anni di battaglie ecologiste. Allo stesso tempo è l'architetta di un'Europa della cui struttura economica la Germania ha molto beneficiato ma che ha anche permesso il salvataggio della Grecia senza la rottura della costruzione comunitaria. Perché Merkel, che fino a due anni fa godeva di un credito politico inimmaginabili, naviga oggi in cattive acque? Per un'altra sua decisione estemporanea: quella dell'apertura a un milione di profughi iriani, iracheni e afgani che hanno «invaso» la Germania fra la fine del 2015 e l'inizio del 2016. I suoi compagni di partito e gli alleati cristiano sociali bavaresi (la Csu) avevano consigliato a Merkel di andarci piano: ma i tedeschi erano con lei e accoglievano i rifugiati nelle stazioni con i fiori.

L'incanto però è durato poco: nel giro di pochi mesi la macchina dell'accoglienza si è inceppata, i tedeschi si sono disamorati alla causa dei profughi e il partito xenofobo AfD ha preso il volo. Oggi la Csu bavarese ha presentato il conto: o lasci che noi respingiamo tutti oppure ce ne andiamo dal governo, le ha intimato il presidente Csu Horst Seehofer. Lei ha chiesto tempo per trovare una soluzione condivisa con gli altri 27 stati europei ma l'esercizio pare la quadratura del cerchio. Di accoglienza i paesi centro orientali non vogliono neppure sentir parlare e del sud sono pronti a concedere qualcosa in cambio però di quella flessibilità e condivisioni delle responsabilità nei conti che la Germania si è sempre rifiutata di concedere.

È difficile immaginare che la Csu siluri l'appena varato quarto gabinetto Merkel per la gestione di un'emergenza ai confini che non esiste, visto che la pressione migratoria e umanitaria è sulle coste italiane e non certo fra le valli austro-tedesche. Allo stesso tempo la Germania ha già deciso: l'ascesa dei populisti e il crescente numero di casi di ragazzine e donne tedesche violentate e uccise da stranieri sono colpa dell'accoglienza a tutti i costi, quella voluta da Merkel. Il rischio che con lei cada tutto l'impianto europeo c'è, ma la tentazione di azzoppare la cancelliera dei record fa gola a tanti.