Un anno per frode fiscale e Corona urla di gioia Ma adesso ne rischia 13

Reati cancellati, pena lieve. Ma il 21 giugno la Cassazione deciderà sul totale da scontare

Luca Fazzo

Milano «Sono sempre stato un casinista, sono forse un matto, ma non sono un criminale». È lunga e accorata, la lettera ai suoi giudici che Fabrizio Corona legge prima che il tribunale si ritiri in camera di consiglio. Due ore dopo i giudici escono con la sentenza e praticamente lo assolvono: un anno di carcere invece dei cinque richiesti dalla Procura, una sola accusa confermata su tre. Non è che si siano lasciati impietosire dal grido di dolore di Fabrizio, «sono stanco, non sono più forte come prima, ho paura: non per me ma per mio figlio». Semplicemente, l'accusa faceva acqua. I soldi imboscati in un controsoffitto, un milione e settecentomila, e quelli esportati in Austria, ottocentomila, non sono stati intestati ad altri: di Corona erano e di Corona sono rimasti, quattrini intascati in nero. Quindi il reato di intestazione fittizia non esiste. C'è la frode al fisco, e solo per questo Corona viene condannato.

Però lo riportano in carcere, perché intanto con questa storia si è giocato l'affidamento ai servizi sociali per le vecchie condanne. Ora il suo avvocato, Ivano Chiesa, annuncia che richiederà l'affidamento. Ma sul capo dell'ex re dei paparazzi pende una rogna ben più gravosa: il 21 giugno la Cassazione deciderà quanto gli resti da scontare di galera, dopo un ping pong di decisioni. La procura (rimangiandosi una sua precedente posizione) chiede che il totale venga riportato a 13 anni. Se il ricorso dovesse venire accolto, le porte del carcere resterebbero chiuse per un bel pezzo; e la vittoria di ieri resterebbe una magra consolazione.

Intanto, però, Corona legittimamente festeggia, nell'aula piena di fanciulle e signore che se lo mangiano con gli occhi. Per festeggiare, riempie di pacche e di lividi l'avvocato Chiesa, che gli è stato vicino in una difesa polemica e vulcanica, ma che alla fine ha fatto breccia nelle convinzioni dei giudici. Cosa resta, del processo all'ex della Moric e di Belen? Lui, come al solito, non ha fatto nulla per rendersi simpatico. Nella sua autodifesa finale ha detto in sostanza di sentirsi un perseguitato, «in tutta Italia i carabinieri mi fermano per avere il loro minuto di celebrità». Il che magari sarà anche vero, ma sarebbe innocuo se Corona non mostrasse una incapacità cronica di sottostare alle regole. Se, cioè, non ne continuasse in combinazione di tutti i colori. Se suo figlio sta crescendo senza di lui, come ha accoratamente dichiarato in aula, la colpa non è della giustizia. Ciò premesso, Corona dice il vero ieri quando spiega ai suoi giudici che le pene rifilategli in questi anni sono da record. Tredici anni li hanno presi a volte degli assassini. La sentenza di ieri - pronunciata dal giudice Guido Salvini - riporta le sanzioni a Corona nell'ambito della ragionevolezza.

Ma del processo resta impressa soprattutto la sfilata di testimoni venuti a confermare che i soldi accumulati nel controsoffitto e nelle cassette di sicurezza erano il «nero» incassato da Corona durante le sue apparizioni in discoteche, autosaloni, persino studi dentistici: un'Italia reale, pronta a sgomitare per un selfie con Fabrizio (e poi a ridere delle sue disgrazie).