Appendino in retromarcia gela i suoi elettori No Tav

Torino, il neosindaco M5S ai sostenitori scesi in piazza con le bandiere: «Non ho poteri sull'Alta velocità»

L e bandiere No Tav e lo spoil system. Chiara Appendino di lotta e di governo. La guerra all'alta velocità, palestra dei Cinque stelle piemontesi, e le mani sul nocciolo del potere, su quel sistema fassiniano saltato nelle urne come un tappo di champagne. Nella notte, dopo il trionfo e l'umiliazione del sindaco uscente, Piazza Castello, il cuore della città, è un tripudio di bandiere No Tav e a Palazzo Civico risuonano gli slogan di sempre: «Giù le mani dalla Valsusa».

Al mattino la vincitrice torna in municipio e davanti ai giornalisti comincia a graffiare ma, quando serve, frena, sfuma, vira. Sciabola e fioretto da subito, tenuti insieme da un sorriso d'ordinanza e dal piglio manageriale. Grillo sembra lontano anni luce e, a dirla tutta, non paiono suoi compagni di viaggio nemmeno quei ragazzi col look da centro sociale e con orecchino d'ordinanza annesso, che hanno riempito il centro, a piedi o in bicicletta, dopo la notizia del ko fassiniano.

Lei va dritta per la sua strada: «Porterò nelle istituzioni le ragioni dei No Tav. Però - aggiunge subito - il sindaco non ha poteri in questo campo e io voglio dialogare con tutti e voglio riunire le due città oggi divise». Nuovo sorriso. Avvolgente. Ecumenismo in salsa sabauda. Toni rassicuranti e concilianti. Garbo e stile. Per essere all'esordio, Appendino ha un controllo di sé strepitoso: la ragione domina sui sentimenti. E con una certa freddezza fa partire la prima stoccata: le chiedono se Francesco Profumo e Paolo Peveraro debbano dimettersi dai vertici della Compagnia di San Paolo, primo azionista del gruppo Intesa e di Iren, la multiutility che offre servizi alla città. «Io credo - è la replica asciutta - che quelli che fra l'altro si sono alzati lo stipendio debbano fare un passo indietro».

Il riferimento obbligato è a Profumo, l'ex ministro del governo Monti che alla vigilia dei ballottaggi, in un clima tesissimo, ha avuto la sciagurata idea di innaffiare con 400mila euro il budget che copre rimborsi spese, gettoni e quant'altro. Una mossa che molti hanno letto come un atto di arroganza e che segue a un altro gesto sciagurato dell'ultimo Fassino: le nomine di Profumo e Peveraro, ex vicepresidente della Regione ai tempi della piddina Mercedes Bresso, e l'occupazione manu militari di due caselle pesanti a maggio, ormai in vista delle elezioni. Appendino e i Cinque stelle, felicissimi per quel clamoroso infortunio. Avevano sfruttato l'assist gridando allo scandalo.

Ora lei ha gioco facile: «Introdurremo il semestre bianco. Negli ultimi 180 giorni del suo mandato Appendino non potrà nominare nessuno. In ogni caso sceglieremo applicando i criteri della trasparenza e della meritocrazia». Intanto, i due target possono serenamente preparare le valigie. La Fondazione, che ha in pancia il 9 per cento di Intesa, eroga ogni anno qualcosa come 50 milioni, destinati all'arte, alla cultura, allo sport. È insomma, specie di questi tempi, uno strumento di consenso straordinario. E Iren che prima, in un sistema di porte girevoli, era guidata proprio da Profumo, è un colosso che spazia da Reggio Emilia a Genova e Torino e ha fornito alla città la nuova illuminazione a led e il teleriscaldamento.

Un pizzico di sogno, una spruzzata di demagogia e molto pragmatismo. Appendino omaggia il popolo sovrano e i sacri dogmi del Movimento: «Una volta al mese faremo la giunta su Facebook e un giorno alla settimana riceverò i cittadini». «Dobbiamo ripartire dalle periferie - annuncia quindi il neo sindaco - e dobbiamo occuparci degli esclusi». Ma quando le piove addosso la domanda sul reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia grillino, lei la schiva così: «Non riguarda il Comune, ma certo con Virginia Raggi farò pressioni sul capo del governo perché intervenga e lo stesso farò con il presidente della Regione Sergio Chiamparino che ha allo studio alcune misure». Per oggi può bastare. Il futuro però è un tantino più complicato.