Arresto in vista per Azzollini E lui molla la presidenza

Scandalo Divina Provvidenza, il senatore Ncd abbandona la commissione Bilancio. E in serata la Giunta dà il via libera ai domiciliari: sì di Pd, M5S e Lega. Contrari Fi, Ncd e Buemi

Sì della giunta per le immunità del Senato alla richiesta di arresti domiciliari per Antonio Azzollini arrivata dal gip di Trani. L'ultima parola spetterà comunque all'Aula di Palazzo Madama, il cui voto non è vincolato al parere della giunta. Con 13 voti favorevoli e 7 contrari (anche la Lega alla fine ha votato sì, oltre a Pd e a M5S) il primo verdetto va quindi secondo le previsioni della vigilia. Esito quasi scontato dopo che martedì il presidente dell'organismo, Dario Stefàno, aveva escluso il fumus persecutionis nella richiesta di autorizzazione all'arresto per il senatore di Ncd, relativa al crac della Casa della Divina Provvidenza di Bisceglie, suggerendo dunque di concedere il placet ai domiciliari. A quel punto il fronte del «no» aveva ottenuto il rinvio del voto a ieri sera, arrivato poco prima delle 22.

Prima dell'epilogo serale, Azzollini ieri ha provveduto a dimettersi dall'incarico di presidente della commissione Bilancio del Senato. Comunicando la sua decisione con una lettera indirizzata al presidente Pietro Grasso, nella quale l'esponente del Nuovo centrodestra riserva una stoccata alla procura di Trani che l'ha coinvolto nelle indagini, ribadendo la «totale infondatezza dei fatti giudiziari che mi riguardano». Ma la «convinzione» della propria innocenza, prosegue nella missiva il senatore, «non mi esime comunque dal mantenere un profilo dedito esclusivamente alla salvaguardia del ruolo istituzionale da me ricoperto». Al suo posto, per ora, il vicepresidente vicario della Commissione, Giancarlo Sangalli del Pd.

La scelta di lasciare la poltrona non ha modificato gli equilibri del voto in giunta, ma ha permesso ad Azzollini di incassare il plauso quasi unanime dei suoi colleghi senatori. Un gesto «di responsabilità e di alto senso delle istituzioni» del quale «il Parlamento dovrebbe sottolineare il valore», osserva Andrea Marcucci del Pd, mentre Antonio D'Alì di Forza Italia esprime «rammarico e solidarietà» per il passo indietro del senatore pugliese, e anche il suo compagno di partito Maurizio Sacconi, presidente della commissione Lavoro del Senato, parla di «decisione generosa ma ingiusta». Il «suo» capogruppo Renato Schifani, infine, si dice «convinto che riuscirà a dimostrare davanti alla magistratura, nei cui confronti ha sempre manifestato rispetto e fiducia, la sua estraneità ai fatti che gli vengono contestati». Critici invece gli esponenti pentastellati, che hanno detto di attendere le dimissioni, definite «minimo sindacale», già dall'ottobre 2013, quando Azzollini era finito al centro di un'altra richiesta di autorizzazione - in quell'occasione relativa all'uso di intercettazioni - arrivata in Senato sempre dalla procura di Trani per un'altra indagine sul porto di Molfetta.

Il voto dell'organismo solleva subito reazioni. Se per Stefàno la sua relazione è «coerente con l'attività della giunta», il via libera di ieri sera a «un arresto sulla base di una ordinanza che non sta in piedi» è invece una «decisione gravissima» secondo l'azzurro Lucio Malan, da dubito critico con il provvedimento dei magistrati pugliesi, e convinto della sussistenza del fumus persecutionis per l'«estrema lacunosità» del quadro delle accuse contro Azzollini, minate anche da testimonianze «inattendibili». Duro anche il senatore socialista Enrico Buemi, che sottolinea «gli imbarazzi e il silenzio dei colleghi che non si sono espressi e che però hanno dovuto votare per il provvedimento con la motivazione che non si poteva sollevare un conflitto di attribuzione con la magistratura».