Arruolavano soldati per l'Isis: sgominata cellula "italiana"

Fermati dai carabinieri tra Liguria e Lombardia due egiziani e un algerino che aveva chiesto asilo

Il Corano mente. E la novità sta nel fatto che l'assunto non dovrebbe suonare come una novità. Basta la parola: «Taqiyya». È il nome con cui i carabinieri del Ros hanno battezzato l'operazione che ieri all'alba ha portato al fermo di tre presunti jihadisti. Soprattutto è il termine arabo che legittima i fedeli di Allah, in armi e non, a raccontare frottole. A nascondersi e a mimetizzarsi proprio tra i bersagli che si vogliono colpire. In nome di uno scopo, quello che il Califfato ha tradotto in guerra all'Occidente. «Taqiyya» legittima la possibilità di nascondere o persino rinnegare esteriormente la propria fede, di non praticare i riti obbligatori previsti dalla religione islamica. Tutto per difendersi o per infiltrarsi in Dar-al-Harb (la «casa della guerra»), ovvero i territori degli infedeli. Noi. I nemici, tra i tanti dei tagliagole del Daesh.

Sicuramente in quattro, ospiti del nostro Belpaese, avevano giurato fedeltà all'Isis. Ancora non preparavano bombe o assalti in casa nostra, ma erano ormai in grado di fornire supporto logistico, dall'Italia, a chi volesse partire per la Siria. Una cellula a gestione quasi famigliare: tre fratelli egiziani (uno libero perché risiede in Arabia Saudita), un altro loro compaesano sfuggito alla cattura, e un algerino bloccato al Cie di Torino. Lui, Tarek Sakher, 35 anni, con dimora a Tradate, nel Varesotto, un anno fa aveva chiesto asilo politico, ma gli era stato negato. Da qualche settimana si trovava nel centro del capoluogo piemontese in attesa di espulsione. Non per questo aveva smesso il proprio «mestiere» di infiltrato.

Il gruppo- come spiega la Procura distrettuale Antiterrorismo di Genova che coordina l'inchiesta- combatteva attraverso Internet. Utilizzando telefonini e web si occupava di diffondere materiale jihadista e di instradare combattenti dal nord Africa in territorio siriano (ed anche in Libia) per conto del sedicente Stato Islamico. Tutti, a quanto pare, avevano giurato fedeltà (bay'ah) al califfo nero Abu Bakr Al Baghdadi, un «patto» condiviso prima in via riservata e poi condiviso su facebbok.

Il più attivo era Hossameldin Mostafa Abdelhakim Antar, 44 anni, cassaintegrato di Cassano D'Adda, provincia di Milano. Per diffondere in Rete la guerra santa, utilizzava diversi account, rigorosamente con identità false, su applicazioni quali Amaq e Nashir, gestite direttamente dallo Stato islamico. Suo fratello Abdel Hakim Antar, 36 anni, di professione pizzaiolo, residente a Loano ma in realtà con dimora a Finale Ligure, faceva più o meno lo stesso. Solo con meno prudenza. Suo malgrado ha rappresentato il classico granellino capace di inceppare il meccanismo. È da lui che un anno fa i carabinieri son partiti. Propagandava -stando all'accusa- immagini di orrore, morte, battaglie, addestramenti, soprattutto con altri connazionali residenti in Egitto. Il quarto «jihadista, invece, è sfuggito alla cattura. Questione di tempi «tecnici»: Hosny Mahmoud El Hawary, altro «ligure» trentenne con domicilio a Borghetto Santo Spirito (Savona) da qualche giorno si trova in vacanza all'estero. Ma a questo punto difficilmente tornerà.

Anche per lui, in attesa della convalida dei fermi da parte del gip, l'accusa è quella di associazione con finalità di terrorismo internazionale.

Nessuno di loro ha mai ucciso, ma tanto si erano radicalizzati da giurare di essere pronti a morire in nome e per conto di Allah. Come dimostrano le intercettazioni, i messaggi postati in Rete. Formule che ricalcano testi già emersi in altre indagini. «Dimostrazione -spiegano gli investigatori- dell'esigenza del Califfato di ottenere una pubblica manifestazione di fedeltà da parte di chiunque, anche non inserito ufficialmente nell'organizzazione, abbia intenzione di compiere un'azione».