Attentati in Pakistan: 15 morti e 80 feriti

Kamikaze in due chiese di Lahore: nei due assalti usati dai terroristi 20 chili di esplosivo

Dicono di ispirarsi ai «fratelli» di Boko Haram i talebani pachistani di Jamaat ul Ahrar, sigla della sterminata galassia qaedista.

Il duplice attentato di ieri mattina a Lahore, contro due chiese gremite di fedeli per la messa domenicale, è in effetti nello stile degli jihadisti nigeriani. Solo che questa volta i terroristi sono entrati in azione in Pakistan, provocando la morte di 15 persone, fra cui donne, bambini e un paio di poliziotti, e il ferimento di altre ottanta. Gli attentati sono stati compiuti intorno alle 11.30 (le 8 in Italia) da due kamikaze in una chiesa cattolica e una protestante, nel quartiere di Youhanabad, dove vive la comunità cristiana della città. Il primo attentatore è riuscito a mescolarsi alla folla di fedeli, l'altro è stato intercettato all'esterno da un poliziotto. Le esplosioni hanno scatenato il panico fra i fedeli che si sono riversati urlando fuori dagli edifici religiosi. Secondo le forze dell'ordine sarebbero stati utilizzati non meno di 20 chili d'esplosivo. Poche ore dopo, attraverso una mail inviata al quotidiano in lingua urdu Daily Khabrain , l'organizzazione jihadista ha rivendicato l'attentato. Ehsanullah Ehsan, il portavoce del gruppo, ha minacciato «nuovi attacchi contro i cristiani. Non ci fermeremo fino a quando la sharia non verrà imposta nel Paese». Alla notizia degli attentati la comunità cristiana ha invaso le piazze e le principali arterie di Lahore, ma anche di Islamabad, Karachi e Peshawar, protestando contro il governo colpevole di non garantire un'adeguata sicurezza. La situazione è degenerata nel quartiere dei due attentati, dove due uomini, sospettati di aver avuto un ruolo negli attacchi, sono stati linciati dalla folla che ha poi preso d'assalto automobili e negozi. I dimostranti hanno costretto alla fuga anche la polizia e diversi esponenti politici che erano accorsi sul posto.

Per il mondo cattolico del Pakistan, rappresentato da quattro milioni di fedeli (su 180 milioni di musulmani), non è purtroppo la prima giornata di lutto.

Attentati, persecuzioni e accuse di blasfemia sono ricorrenti, anche se la stampa locale preferisce lasciar correre, preferendo narrare, come è accaduto ieri, le vicende della nazionale di cricket impegnata ai mondiali australiani. L'episodio più grave risale al 22 settembre del 2013, quando due kamikaze si fecero esplodere in una chiesa di Peshawar uccidendo 81 fedeli.

Tristemente nota è anche la vicenda dei coniugi Shahzad Masih e Shama Bibi, che a Qasur, città del nord del Paese, vennero ingiustamente condannati a morte per blasfemia e arsi vivi in un forno per mattoni nel novembre scorso.

Oppure quella di Aasiyah Naurin Bibi, 44 anni, originaria di Nankana, nel Punjab, in carcere dal giugno del 2009 e in attesa di essere giustiziata per una surreale offesa al profeta Maometto. Tra le vittime figura anche il giornalista del Wall Street Journal Daniel Pearl, rapito e ucciso a Karachi nel 2002.