Un attentato che rafforza il «patto d'acciaio» tra Putin ed Erdogan

Improbabile una rottura: i rapporti speciali con l'ambiguo vicino sono troppo importanti

E ora? Dall'assassinio, ieri sera ad Ankara, dell'ambasciatore russo Andrey Karlov, una sola domanda agita le cancellerie occidentali. Ma l'unico a poter rispondere a quell'interrogativo è il presidente russo Vladimir Putin. Per intuire le possibili conseguenze di quell'episodio bisogna innanzitutto calarsi nella sua mente e nei suoi piani. Per riuscirci basta confrontare il tragico scenario materializzatosi ieri sera con quello, altrettanto drammatico, del 24 novembre 2015 quando un missile di Ankara abbatte, probabilmente su ordine dello stesso presidente Recep Tayyp Erdogan, un caccia bombardiere russo mandato a bersagliare le postazioni dei ribelli siriani al confine turco. Quel giorno Putin accusa Erdogan di averlo «pugnalato alla schiena», ma nei mesi successivi si guarda bene dal cercare lo scontro armato. Per piegare al proprio volere il «nemico» gli basta azzerare gli acquisti di frutta e prodotti agricoli turchi, convincere i turisti russi a non spendere più un solo rublo sulle spiagge di Ankara e congelare tutti gli accordi energetici.

In meno di sei mesi Erdogan si ritrova alle corde e il risultato lo sintetizza, tre giorni fa, lo sfortunato ambasciatore Karlov. «Negli ultimi tre mesi il presidente Putin e Erdogan si sono incontrati per tre volte e hanno avuto 11 colloqui telefonici. Il presidente Putin non ha parlato con nessun altro leader così spesso come con Erdogan». Quell'ultima dichiarazione acquista ora la forza di una lucida profezia. Dietro quei tre incontri e quelle 11 telefonate si nascondono i complessi accordi raggiunti da Ankara e Mosca sulla questione siriana. Accordi che spingono Erdogan ad abbandonare al proprio destino i ribelli jihadisti trincerati ad Aleppo Est per sottoscrivere il progetto di «pax siriana» sottopostogli da Zar Putin. Grazie a quel progetto l'esercito turco ottiene il permesso di entrare nei territori settentrionali della Siria e contenere, con il pieno consenso non solo di Putin, ma anche del presidente siriano Bashar Assad, l'avanzata delle milizie curde. Le stesse milizie curde su cui gli Stati Uniti di Obama contavano per combattere lo Stato Islamico e arrivare a Raqqa prima di russi e siriani.

Ma probabilmente la sottile rete in cui il ragno russo ha imprigionato l'omologo turco non sarebbe bastata senza le opportunità offerte a Mosca dal fallito golpe dei militari turchi. Un golpe «segnalato» a Erdogan dalle antenne russe mentre i servizi segreti della Nato «sonnecchiano» e seguito, subito dopo, dalle aperture di una Russia indifferente allo sdegno e alle critiche con cui Europa e Stati Uniti rispondono alla campagna repressiva inaugurata dall'«alleato» Erdogan. Sfruttando al meglio una sottile politica della carota e del bastone Putin riesce, insomma, non solo a piegare Erdogan, ma anche a salvare l'alleato siriano, a estromettere l'America di Obama dai giochi mediorientali e a riportare la Russia ai vertici della politica internazionale.

Per tutte queste ottime ragioni Putin probabilmente si guarderà bene dal mettere con le spalle al muro il presidente turco. E lo farà pur sapendo che l'uccisione del suo ambasciatore è la diretta conseguenza delle ambiguità di una Turchia colpevole di aver scientemente armato, appoggiato e finanziato i jihadisti siriani e l'Isis. Anche perché a pugnalare alle spalle l'incauto Erdogan potrebbero pensarci, in un futuro non troppo lontano, quegli stessi gruppi jihadisti diventati - grazie agli stretti rapporti con alcuni settori dei servizi segreti di Ankara - la principale minaccia alla stabilità turca.