Bambina con due mamme la Consulta se ne lava le mani

Anna Maria GrecoRoma Alla Corte costituzionale non è andata come speravano le due madri gay di Bologna, sposate negli Usa, che chiedevano il riconoscimento dell'adozione reciproca della figlia naturale dell'altra sancita in Oregon nel 2004.I giudici delle leggi non aprono la porta alla stepchild adoption, né la chiudono. Semplicemente, respingono come inammissibile il ricorso, senza entrare nel merito e senza in alcun modo far pesare la sentenza sul confronto parlamentare sul disegno di legge Cirinnà, da cui l'adozione del figlio del partner è stata stralciata proprio perché è il punto più controverso.Niente cambia, dunque, né per i magistrati che devono applicare le norme sulle adozioni e sulle unioni civili, né per le Camere che possono cambiarle e stanno per farlo sul secondo punto.«La nostra decisione - spiega, appena eletto, il presidente della Consulta Paolo Grossi- non ha nulla a che fare con quanto bolle in pentola nel parlamento. Nulla a che vedere con le coppie gay italiane e con il dibattito in corso».Nella sua prima conferenza stampa sottolinea che la questione esaminata era «estremamente limitata, chiedeva di riconoscere una sentenza di adozione straniera» ed è stata trattata in modo sbagliato dal giudice dei minori di Bologna, che ha sostenuto l'incostituzionalità di 2 articoli della legge sulle adozioni del 1983. «Un giudice che non sa fare il suo mestiere», lo ha bollato Grossi. Per questo, «l'inammissibilità era palese, frontale».L'errore del tribunale è stato, dice la nota della Consulta, affrontare il caso come un'adozione internazionale, «mentre si trattava del riconoscimento di una sentenza straniera, pronunciata tra stranieri».Come per altri casi passati, seguendo un'altra strada si sarebbe potuta ottenere la doppia adozione, perché la legge già prevede «casi particolari». Ma Eleonora Beck e Liz Joffe hanno sbagliato procedura e il giudice, invece di indicare quella giusta, ha pensato bene di appellarsi alla Consulta. Ora, l'avvocato della coppia Claudio Pezzi dice: «Non abbiamo motivo di essere scontenti, perché la Corte non ha detto nulla di dannoso per il nostro caso e in un paio di mesi la vicenda potrebbe essere positivamente conclusa». La verità è che è stato solo tempo perso e se qualcuno voleva forzare la mano al parlamento ha fallito.