Bankitalia bacchetta l'Europa sulla crisi delle banche

Il governatore: "Bruxelles più forte nel proibire che nel fare". E i crediti in sofferenza non sono sistemici

La politica inconsapevole, l'Europa burocratica, la doppia recessione, il debito pubblico. Il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco nelle Considerazioni finali del suo ultimo anno di mandato, ha evidenziato come non si possa imputare a Via Nazionale la responsabilità della difficile situazione del sistema bancario.

A sostegno della sua tesi ha portato alcuni numeri. Innanzitutto, quello dei crediti deteriorati netti che a fine 2016 ammontavano a 173 miliardi, il 9,4% dei prestiti complessivi. Di questi 81 miliardi sono sofferenze coperte da 130 miliardi di garanzie. Visco ha perciò sottolineato che il problema degli Npl non è sistemico perché «tre quarti delle sofferenze nette sono detenuti da banche le cui condizioni finanziarie non impongono di cederle immediatamente». Il problema è più stringente per Mps, PopVicenza, Veneto Banca e Carige che hanno 20 miliardi di crediti dubbi che, «se fossero venduti ai prezzi bassi offerti dagli operatori specializzati», comporterebbero 10 miliardi di rettifiche aggiuntive.

Ecco perché il governatore ha invitato la politica a ripensare a un «intervento di sistema», cioè quella bad bank cui si è rinunciato in virtù dell'opposizione di Bruxelles. Secondo Visco, tre sono i prerequisiti: prezzo di vendita degli Npl vicino al valore economico, adesione volontaria delle banche e, soprattutto, procedure standard per il via libera Ue ai piani di ristrutturazione.

Nel mirino il commissario alla Concorrenza, Margrethe Vestager, con i suoi continui tiramolla sule banche in difficoltà, espressione di quella Europa che, incapace di costruire una vera unione bancaria, ha affidato la risoluzione delle crisi a una molteplicità di Authority indipendenti con «processi decisionali poco compatibili con la rapidità degli interventi» e che si è mostrata «più forte nel proibire che nel fare».

Anche la politica non è esente da colpe in questo ragionamento che Visco ha esplicitato nella parte non ricompresa nel testo stampato delle Considerazioni. «Non vi è stata piena consapevolezza a livello politico» dei cambiamenti in atto con bail in e burden sharing. O forse (ma questo è un retropensiero) si è barattata in passato la stabilità del settore finanziario con qualche decimale in più di deficit.

Un'autoassoluzione di fine mandato? No, perché le banche hanno ancora tanta strada da percorrere per ammodernarsi e aumentare la redditività. Allo stesso tempo, il direttorio di Palazzo Koch non ha mai fatto venire meno l'impegno, anche nel segnalare all'autorità giudiziaria i casi di mala gestio. Il governatore ha poi voluto specificare che la crisi «ha colpito soprattutto quelle banche che la avevano affrontata già deboli», anche a causa di comportamenti imprudenti e a volte illeciti, come nel caso delle quattro banche risolte (Etruria, Marche, Carichieti e Cariferrara).

A tanta veemenza nella parte bancaria è corrisposto un sostanziale understatement in quella «politica». In buona sostanza, Visco ha mosso un unico rilievo: «L'alto livello del debito costituisce un elemento di vulnerabilità dell'economia». È colpa del debito se non si possono effettuare maggiori investimenti. È colpa del debito se non si possono avviare politiche di incremento della produttività. È colpa del debito se lo Stato non può aiutare le banche. A sorpresa, però, sono state utilizzate le simulazioni del Def varato dal ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan per sottolineare la necessità di «uno sforzo eccezionale» sul miglioramento dei saldi di finanza pubblica attraverso le riforme, che includono una correzione da 1,5 punti di Pil per evitare le clausole di salvaguardia sull'Iva.

La tesi è stata sostenuta anche dal presidente emerito di Intesa, Giovanni Bazoli. «Se non si torna ad affrontare il tema del debito, l'Italia sarà sempre l'anello debole». L'euro? «Uscirne non curerebbe i mali della nostra economia», ha detto Visco che non si è pronunciato in merito alle prossime elezioni. Un silenzio che vale più di tante parole.