Da Bari è ripartito il solito format giudiziario delle chiamate dell'ex premier su tutti i giornali

Gli ammiccamenti. Le battute. Le allusioni. È il solito vortice che ricomincia. Silvio Berlusconi e le cene eleganti. È una saga in carta bollata, un format giudiziario che non finisce mai. L'ultima puntata è ambientata a Bari e ha per protagonista Gianpaolo Tarantini, l'imprenditore che per entrare nelle grazie del Cavaliere lo circondava di ragazze belle e disponibili. Così riprende il solito girotondo e si sprecano i titoli dei giornali sulle «bambine». Peccato che ancora una volta non si capisca bene cosa c'entri con tutto questo il capo d'imputazione. C'entra, c'entra eccome, rispondono i solerti custodi della morale pubblica, da sempre titolari di cattedra in antiberlusconismo e assidui frequentatori dei Palazzi di giustizia della penisola. E invece a leggere o anche solo a sfogliare le pagine che da Bari invadono l'Italia il dubbio resta e anzi cresce.

Tarantini è accusato di induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione ed è difficile, anzi arduo, comprendere il nesso fra la prostituzione e l'allora capo del governo. Si dirà che il contesto è importante e infatti siamo sommersi dalla canonica valanga di intercettazioni e di dialoghi avvenuti fra il 2008 e il 2009. Berlusconi, tanto per cambiare parla a ruota libera: «C'ho due bambine...una giornalista, è una napoletana molto dolce e molto simpatica, e un'altra bambina brasiliana, che mi ha pianto al telefono». Chiedono favori, corteggiano lui che corteggia loro, si danno da fare.

Rossori. Imbarazzi. Facce girate dall'altra parte. Quel che conta è l'immagine, già sporcata e azzoppata dai tanti guai passati. Qui ce n'è per tutti i gusti: c'è Bush che l'ha ricevuto «in modo incredibile» come era successo solo con il Papa; c'è lo stress per le fatiche di Palazzo Chigi - «le trasferte a Napoli, i costi dello Stato, le tre crisi della Georgia» - e pure il colpo della strega con Tarantini che s'insinua pronto: «Le mando un angioletto, così» glielo «faccio passare».

Tarantini gestiva un'organizzazione di prostitute? Stabiliva tariffe e compensi? Divideva con le ragazze gli utili? Può essere, ma qui c'è altro da raccontare. Vuoi mettere, ecco il premier che ripensa, si fa per dire, a una serata bollente: «Forse così tante sono troppe. Al massimo due a testa, però adesso voglio che tu abbia anche le tue, perché sennò mi sento sempre in debito, io». Frasi a effetto, doppi sensi, equivoci. C'è tutto il repertorio di genere, ma i processi si fanno con le prove, non con la nouvelle vague erotica e la letteratura a luci rosse.

Non importa. Si va avanti, in bilico fra il buco della serratura e il codice penale. Si ammucchiano le suggestioni e le sequenze che virano verso l'hard, o più banalmente verso il rosa, si smarrisce la distinzione fra gli imputati reali e quellI virtuali, fra i fatti e il solito contesto. Fra il primo piano e lo sfondo.

Il tutto mentre fra Milano e Roma si gioca l'ennesima partita del duello fra il Cavaliere e le toghe: la fine dei servizi sociali a Cesano Boscone, l'imminente verdetto della Cassazione sul caso Ruby, le fibrillazioni del Ruby ter. Insomma, a un passo dalla fine si scopre che la stagione delle udienze, delle rivelazioni, delle perquisizioni non è affatto conclusa. Proseguirà e ci saranno ancora fuochi d'artificio, scoop e conversazioni pruriginose da sbobinare.

Sì, l'antiberlusconismo militante non vuole andare in pensione. E saccheggia tutto il materiale passato per i cassetti delle procure e le aule dei tribunali. Avanti con il registratore, le cuffie e il megafono per la piazza. Il domino dei punti esclamativi e delle parole maliziose. Le accuse, quelle vere, sono l'ultimo problema.