Battaglia a Brasilia, ministeri assaltati Ma Temer non vuole dimettersi

Degenera la manifestazione dei simpatizzanti della sinistra

Paolo Manzo

Doveva essere solo una manifestazione dei movimenti sociali e dei sindacati vicini all'ex presidente Lula per chiedere le dimissioni di Temer e le elezioni anticipate ma, iniziata pacificamente, si è presto trasformata in una battaglia campale. Da un lato i più esagitati dei 45mila manifestanti arrivati nella capitale con 500 bus da tutto il Brasile, dall'altro la polizia militare, incapace e violenta come suo solito. Incendiati e saccheggiati dai vandali 4 ministeri, traffico impazzito per le barricate, una cinquantina di feriti ed 8 arresti il bilancio della «guerra» di Brasilia. Certo, anche l'ex presidente Dilma Rousseff per contenere le manifestazioni del 2013 mandò l'esercito in strada, più volte e per un tempo maggiore di quanto fatto da Temer nelle ultime ore, ma poco importa. Ed allora ecco, puntuali come sempre, i media internazionali vicini alla sinistra tutti a concentrarsi sui rischi di un ritorno della dittatura militare nel Paese del samba. Balle, oggi il vero busillis è dipanare la matassa politica, istituzionale e socio-economica verde-oro, perché capirci qualcosa del Brasile attuale è impresa ardua. L'unica certezza è la presidenza di Temer appesa ad un filo, come dimostrano i colloqui di ieri per un'uscita concordata e indolore per tutti tra 3 ex presidenti come il boss del Maranhao José Sarney, il 6 volte inquisito Lula e Fernando Henrique Cardoso, anche lui citato nella Mani Pulite locale. Di sicuro Temer non rassegnerà le dimissioni - come auspica l'88% dei brasiliani perché altrimenti rischia il carcere dopo lo scandalo esploso una settimana fa della tangente da 17 milioni di euro pagata ad un suo collaboratore dai proprietari del colosso mondiale della carne JBS. Altrettanto certo è che Lula punti al voto anticipato non per amore della democrazia ma perché teme, a sua volta, di essere arrestato prima. E anche l'impeachment di Temer è improbabile perché l'80% dei parlamentari che lo dovrebbero votare ha ricevuto stecche e, allora, la via più «onorevole» per tutti oggi sembra essere rappresentata dal Tribunale elettorale che, il prossimo 6 giugno, deciderà se cassare l'elezione del ticket Dilma-Temer, che vinse nel 2014. In tal caso sarebbe il Parlamento ad eleggere un nuovo presidente «di garanzia» per traghettare il Brasile sino alle presidenziali di fine 2018, come da Costituzione.