Battisti libero e impunito «Riportiamolo in Italia»

L'espulsione è vicina, il governo torna a pretendere la consegna dell'ergastolano Il Brasile non lo difende più, ma molto dipende da quanto saremo inflessibili

E adesso la caccia a Cesare Battisti è ufficialmente riaperta. Davanti alle novità che arrivano dal Brasile, dove il clima per l'ex terrorista rosso - fermato e poi rilasciato dalla polizia - sembra essersi fatto improvvisamente pesante, il governo italiano annuncia la sua intenzione di tornare a pretendere dal governo brasiliano la consegna del pluriergastolano, che l'allora presidente Lula salvò nel 2010 con un atto di imperio dall'estradizione. La sensazione è che in questo momento la presidente Dilma Roussef, sotto tiro per effetto della crisi economica e degli scandali, abbia tutt'altro per la testa che ingaggiare un braccio di ferro diplomatico per proteggere Battisti. E l'arroganza con cui ieri Battisti di dice «disgustato» dal fermo potrebbe non aiutarlo.

Il killer dei Proletari armati per il comunismo era stato arrestato dalla polizia federale nella sua casa di Embu das Artes, rinomata località turistica della regione di San Paolo, per dare corso all'ordine di espulsione firmato la settimana scorsa dal giudice Adverci Rates. Il fermo è stato poi revocato con un provvedimento d'urgenza da un altro giudice del tribunale regionale federale, secondo cui «non compete al tribunale federale modificare le decisioni delle istanze superiori», cioè la Corte suprema e il presidente della Repubblica. Il provvedimento è stato festeggiato dal legale di Battisti, Igor Sant'Anna Tamasauskas, «adesso crediamo che tutto finirà nel pozzo: l'ipotesi di una eventuale richiesta di estradizione in Italia è assurda». Ma stando a fonti brasiliane, la Procura federale è in realtà decisa a chiudere la partita una volta per tutte, convinta che il potere politico stavolta non si metterà di mezzo. Il permesso di soggiorno concesso a Battisti, secondo la Procura federale, è illegittimo non solo per i reati commessi in Italia ma soprattutto per quelli commessi in Brasile, dove il fuggiasco falsificò una serie di documenti per ottenere asilo. Questo non giustifica l'estradizione, ma l'espulsione dal Paese.

Molto dipende dal vigore con cui il governo italiano si muoverà nei prossimi giorni. La richiesta di attivare l'estradizione era stata inviata dalla Procura generale di Milano al ministero della Giustizia già anni fa, dopo che Battisti era scappato dalla Francia e si era rifugiato - via Messico - in Brasile. Negli ambienti della Procura milanese, si fa presente che quell'atto è tutt'ora valido, e che sta al governo il compito di trasmetterla a Brasilia. E il ministro della Giustizia Andrea Orlando garantisce che ci si sta già muovendo in questa direzione: «Assumeremo anche nuove iniziative, per ribadire comunque una volontà politica che vedo chiara e che è quella di assicurare Battisti alla giustizia italiana e di consentire l'esecuzione della pena». La scarcerazione di ieri, spiega il Guardasigilli, non blocca l'iter. «Non smetteremo di battercì per riportarlo qui» aggiunge il ministro Alfano.

Se venisse espulso Battisti dovrebbe cercare un Paese disposto ad accoglierlo, ma la richiesta di estradizione lo inseguirebbe anche lì. E il suo punto d'approdo finale tornerebbe ad essere una cella in un carcere italiano per scontare l'ergastolo. La Procura generale di Milano non ha mai considerato chiusa la pratica, e d'altronde nonostante il tempo trascorso, i magistrati milanesi - che non hanno mai avuto la possibilità di vederlo in faccia - di Battisti si ricordano bene. Nel corso del processo ai Proletari Armati per il Comunismo (il cui leader, Arrigo Cavallina, ordinò di non usare più Battisti come killer perché di una ferocia incontrollabile) accadde un episodio significativo: durante la Camera di consiglio un giudice popolare crollò psicologicamente davanti alla crudeltà delle azioni dei Pac, e abbandonò il suo posto; gli avvocati dei terroristi garantirono che avrebbero permesso al processo di concludersi anche con un altro giurato, ma dopo le condanne impugnarono il verdetto, e la Cassazione annullò tutto. E il processo dovette ricominciare daccapo.