In Belgio bomba coi chiodi, ma non è esplosa: manca l'artificiere del Tatp

Le bandiere nere, provate da Raqqa e Mosul, costrette ad affidarsi a dei terroristi fai-da-te

Gian Micalessin

La bomba imbottita di chiodi nascosta nella valigia del 36enne marocchino Oussama Zariouh doveva, in teoria, seminare morte nel cuore della stazione di Bruxelles. Esattamente come l'esplosivo collegato alle bombole di gas nascoste nel vano della Renault Megan con cui Lofti Djaziri, un 31 enne francese di origini tunisine voleva, lunedì pomeriggio, ammazzare otto gendarmi in servizio sugli Champs Elysées parigini. In entrambi i casi è mancata la deflagrazione. Sia a Bruxelles, sia a Parigi la Madre di Satana, l'esplosivo artigianale con cui gli attentatori dell'Isis firmano le loro operazioni, ha fatto cilecca. In entrambi i casi l'instabile Tatp, composto da una miscela di perossido di acetone, si è limitato a produrre una colorata quanto inoffensiva fiammata. Gli inefficaci petardoni di Parigi e Bruxelles sembrerebbero confermare le tesi degli esperti di antiterrorismo convinti che lo Stato Islamico non sia ancora riuscito a rimpiazzare la perdita di Najim Laachraoui, l'artificiere e il chimico dell'Isis immolatosi nell'attentato all'aeroporto di Parigi del marzo 2016 dopo aver confezionato gli esplosivi usati sia in quell'occasione, sia nelle stragi di Parigi del novembre 2015.

Dunque nonostante non manchino i volontari la macchina dell'Isis, messa a dura prova dalle offensive di Mosul e Raqqa, non sembra più in grado di fornire supporto e componenti tecniche ai fedelissimi europei. E questo confermerebbe la tesi di Scotland Yard convinta che il giubbotto utilizzato per il massacro all'uscita dal concerto di Ariana Grande, a Manchester, sia stato confezionato in proprio dal libico Salman Abedi. Di certo l'attentatore entrato in azione martedì sera a Bruxelles non è sembrato né lucido, né determinato. Invece di farsi saltare nella Grand Place, dove poteva far strage di belgi e turisti seduti ai ristoranti, ha preferito infilarsi in una stazione semi deserta e farsi esplodere dopo aver lanciato due o tre slogan che hanno fatto fuggire anche i pochi presenti. E quando, dopo la fallita esplosione del pacco bomba, ha tentato di lanciarsi contro dei militari di pattuglia al grido di «Allah Akbar» sono bastati pochi colpi di mitragliatore per neutralizzarlo.

Anche il suo curriculum criminale fa più pensare a un piccolo delinquente che non a un rodato terrorista. Un piccolo spacciatore che pur provenendo da Molenbeek, il quartiere culla del terrore dove si formarono Salah Abdeslam, Abdelhamid Abaaoud e gli altri responsabili degli attacchi 2015 e 2016, s'è dimostrato assolutamente incapace di ripeterne le gesta. E fino a ieri sera lo Stato Islamico s'era ben guardato dal rivendicarne l'azione. Françoise Schepmans, sindaco del quartiere, ha fatto sapere che il nome dell'apprendista terrorista era comparso per la prima volta nei registri della polizia l'anno scorso quando il marocchino si ritrovò coinvolto in un'indagine sullo spaccio di droga.

Stando alle poche notizie raccolte fino a ieri sera Oussama Zariouh viveva in Belgio sin dal 2002 e si era trasferito a Molenbeek nel 2013. Nella sua pagina Facebook, mai aggiornata nell'ultimo anno, non compaiono proclami di fedeltà allo Stato Islamico, ma soltanto qualche «selfie» e qualche «mi piace» musicale regalato non solo a cantanti arabi, ma anche a Celine Dion. Tutti segnali di una conversione al terrore islamista non certo molto radicata e sicuramente abbastanza recente.

A Molenbeek viveva da solo in un appartamento di una palazzina a tre piani su cui sono concentrate da martedì sera le decine di telecamere confluite all'incrocio tra boulevard Louis Mettewie e boulevard Prince de Liege. «Lo vedevo spesso ha raccontato alle televisioni una ragazza residente nella stessa strada - era sempre sorridente, salutava, sembrava tranquillo. Non avrei mai immaginato».