Benzina sul fuoco tra Mosca e i sunniti

di Livio Caputo

È sicuramente esagerato come ha fatto subito un analista americano - paragonare l'assassinio dell'ambasciatore russo in Turchia a quello dell'arciduca Ferdinando a Sarajevo, che fu un fattore scatenante della prima guerra mondiale. Tuttavia, esso rappresenta un nuovo fattore di turbolenza nella regione già più turbolenta del mondo, mettendo a rischio i rapporti tra Russia e Turchia, gettando nuova benzina sul fuoco del conflitto tra sunniti e sciiti e complicando ulteriormente il compito di chi stava cercando di approfittare della caduta di Aleppo (e della conseguente vittoria di Assad) per lanciare un nuovo negoziato di pace. Nella battaglia per la città martire, Russia e Turchia erano schierate su fronti opposti: il sostegno delle truppe di Putin è stato essenziale per la vittoria dei lealisti, mentre i turchi, pur senza partecipare alle operazioni belliche, stavano dalla parte degli ultimi ribelli, sunniti come loro, che cercavano di resistere a una offensiva sciita che avrà inevitabili ripercussioni sugli equilibri mediorientali (ad assistere l'esercito di Damasco c'erano Hezbollah libanesi, Guardie rivoluzionarie iraniane e milizie sciite afghane ed irachene). Mosca e Ankara, che dopo un periodo di aperta ostilità seguito all'abbattimento di un aereo russo si erano formalmente riconciliate, hanno poi collaborato per l'evacuazione dei civili dalla città assediata, ma questo non ha impedito che migliaia di turchi inscenassero dimostrazioni di protesta davanti alle rappresentanze diplomatiche di Russia ed Iran. In un certo senso, l'assassinio dell'ambasciatore Karlov ad opera di un sedicente poliziotto turco al grido di «vendetta per Aleppo, Allah Akhbar» - ha solo portato queste manifestazioni alle estreme conseguenze. La Russia ha immediatamente definito l'attentato «un'azione terroristica» e chiesto, ancora non è chiaro a quali fini, addirittura una riunione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. La Turchia cercherà di fare passare l'assassino per un agente jihadista, anche se, in realtà, l'Isis era del tutto estranea alla battaglia di Aleppo. Gli Stati Uniti hanno condannato l'attentato con una tale rapidità, da fare pensare che il riavvicinamento con Mosca auspicato da Trump sia già cominciato. La domanda è ora quale seguito possa avere la vicenda sia sul piano diplomatico, sia su quello militare. Se verrà dimostrato che l'assassino era un turco, esaltato dall'esasperato nazionalismo e dalla deriva islamista di Erdogan, le ripercussioni sulle reazioni tra Mosca e Ankara potrebbero essere gravi. Ma il delitto potrebbe incidere anche su altri rapporti, soprattutto tra la Russia e gli Stati sunniti, che probabilmente condividono le motivazioni dell'attentatore e già nutrivano una forte ostilità verso Mosca per la sua alleanza via Assad con gli ayatollah. Nessuno lo dirà apertis verbis, ma l'assassino di Karlov ha probabilmente interpretato anche i sentimenti di molti occidentali, inorriditi dalla ferocia dell'assedio ad Aleppo, con le sue migliaia di morti civili, cui abbiamo assistito senza colpo ferire. Ma chi pensa che i russi se la siano cercata non si rende conto di quale è la realtà sul terreno, e quanto reciproche siano state le crudeltà. Come in tanti casi, ad Aleppo non c'erano buoni e cattivi, ma solo cattivi e pessimi.