Bio, giovane e nelle anfore Il vino che fa tendenza

Ecco chi sale e chi scende. Fanno il botto gli spumanti E anche l'occhio vuole la sua parte con etichette stilose

C' è una frase che i monvali del magico mondo del vino ripetono in continuazione: «Il Vinitaly? È un male necessario». Intendono dire, gli spiritosoni a cui anche chi scrive si vanta di appartenere, che il grande salone del vino che ha chiuso ieri a Verona la sua edizione numero 51 e che con VinExpo di Bordeaux e ProWein di Düsseldorf è il più grande appuntamento europeo del settore, è talmente enorme e caotico da essere l'antitesi del luogo tranquillo in cui si dovrebbe degustare un vino. Malgrado ciò è una kermesse imperdibile non solo per scovare qualcosa di sorprendente (noi una decina di etichette ve le abbiamo suggerito l'altro ieri) ma anche per capire dove va il mondo del vino italiano. Noi, forse obnubilati dal Moscato bevuto subito dopo un Cannonau da quindici gradi, sei o sette tendenze crediamo di averle individuate. Eccole.

GREEN IS THE NEW BLACK

Questo è stato il Vinitaly che secondo noi ha definitivamente sdoganato il vino bio (da non confondersi con quello biodinamico sulle cui caratteristiche organolettiche ci permettiamo di nutrire ancora molti dubbi). Ormai i vini prodotti ottenuti abbattendo le sostanze chimiche e i solfiti, nonché limitando le risorse idriche, sono buoni, spesso eccellenti. Dimenticate quindi il liquido puzzone e dal colore scomposto spacciato dal fanatico con gli zoccoli. Bio c'è. Un esempio? Il Chianti Classico docg Gran Selezione di Rignana, un piccolo capolavoro fatto in soli 3mila esemplari.

VIVA I «GGGIOVANI»

Sarà stata una nostra impressione, sarà forse che quest'anno c'era meno gente e quindi il loro Sturm und Drang spiccava di più, ma ci pare che quest'anno fossero in tanti. Una buona notizia per il futuro del vino italiano, un po' meno per le avvenenti hostess di cui Vinitaly pullula, che si sono dovute prendere complimenti non richiesti da parte di bande under 20. Del resto il biglietto della fiera costa assai e una volta dentro va ammortizzato a colpi di bicchieri...

QUESTIONE DI ETICHETTA

Ne abbiamo visto di bellissime. Anche di piccole aziende che ormai hanno imparato a investire sull'aspetto esteriore che spesso a parità di qualità fa la differenza. Le nostre preferite? Quelle anni Cinquanta-Sessanta della cantina Pellegrino di Marsala.

MEGLIO AUTOCTONI

Una tendenza che va avanti da anni ma che è sempre più marcata. Un bene per l'Italia, che vanta la massima biodiversità ampelografica al mondo. Naturalmente questo significa vini molto più personali, da un gusto molto meno internazionale ma che gli stranieri sembrano amare comunque, perché quando si ha qualcosa da dire qualcuno che sa ascoltare si trova.

SU E GIÙ

Salgono Passerina, Primitivo, Pecorino, Pignoletto (no, non ci si è bloccato il tasto maiuscolo della P), Lagrein, Lugana, Grillo. Sempre sulla breccia Fiano d'Avellino, Verdicchio, i grandi che non flettono mai (Barolo, Brunello di Montalcino, Amarone anche in versione Ripasso). Scendono Falanghina, i vini a base Sangiovese, il Montepulciano d'Abruzzo che noi continuiamo ad adorare ma che è cresciuto troppo negli ultimi anni per non avere una fisiologica flessione. Non smettono di stupire i tanti spumanti anche da territori insoliti e da vitigni irrituali (un buonissimo metodo classico calabrese da Riesling, per dire). Tra i territori crescono le Marche, la Sardegna, la Calabria, il Trentino, mentre segnano un po' il passo il Friuli-Venezia Giulia e l'Umbria. Secondo noi, eh.

LE ANFORE

Il vino torna alle origini e riscopre i contenitori in cui nacque millenni fa in Georgia. Ne fa uno l'azienda toscana Fattoria di Monticchio, il Priscus, un Sangiovese che matura in anfore prodotte in loco, a Tavarnelle Val di Pesa e che così può vantare di essere l'unico vino italiano fatto in casa dall'inizio alla fine, perché gli altri le botti e i contenitori in acciaio li acquistano altrove.