Bluff di Renzi sul voto anticipato L'opposizione: intervenga il Colle

Il premier minaccia la fiducia: «Se cado nuove elezioni, il governo legato all'Italicum» Poi il contentino alla minoranza Pd: «Possibili modifiche alla riforma costituzionale»

L' ennesimo all-in ma con una misera coppia di 2 in mano. Certo, Matteo Renzi, pur non essendo un giocatore d'azzardo professionista, ha dimostrato più volte in passato di saper spazzare via gli avversari come un tignoso pokerista. Uno di quelli che al tavolo verde parla sempre, in continuazione e disorienta gli avversari. La forzatura con la minoranza del Pd ha la stessa genesi delle mosse del passato che gli sono valse un'ottima pubblicità (vedi alla voce Nazareno e Jobs Act).

Ora il premier ha fatto capire che l'Italicum non si cambia o porrà la questione di fiducia. E se non passa, andrà dritto al Quirinale a rimettere il proprio mandato. Renzi è convinto che, rispetto ai cento voti contrari minacciati da Bersani, alla fine le defezioni saranno comprese tra 30 e 40 unità. Insomma, la minaccia «fiducia o tutti a casa» serve solo a far capire alla sinistra del Pd che non ha nessuna intenzione di tornare indietro. La minoranza interna sa bene che se si tira troppo la corda, molti rivedranno il Parlamento solo dall'esterno o in televisione. Per questo, con la promessa di non essere citati, molti affermano che la nuova legge elettorale non sarà affondata con un «no» in Aula. Quasi nessuno vuole la scissione, quasi nessuno vuole che il premier si dimetta.

In serata, parlando all'assemblea del Pd, Renzi non ha usato mezzi termini: «L'Italicum è già stato modificato e non si cambia oltre. Non esiste in natura la legge elettorale perfetta». Ma «la vita del governo» è strettamente «legata» all'approvazione di questa riforma: come a dire, fiducia o non fiducia, se non passa l'Italicum la legislatura salta. Semmai - e questo pare suonare come un contentino alla minoranza interna - qualche «possibilità di modifica» viene offerta sulla riforma del Senato. Poi Renzi si è preso un applauso della platea annunciando che «la partita delle intercettazioni va chiusa», e ha stoppato le polemiche sul tesoretto: «Definirlo così è una distrazione di massa, si chiama differenziale».

Le opposizioni, però, hanno preso la vicenda tremendamente sul serio. Forza Italia, Sel, Lega Nord e Fratelli d'Italia hanno inviato separatamente quattro missive al presidente della Repubblica implorandolo. «La fiducia sarebbe un attentato alla democrazia», ha scritto il capogruppo azzurro alla Camera, Renato Brunetta. Anche le doglianze degli altri partiti hanno lo stesso tono. Oggettivamente, tirare troppo la corda sull'Italicum non è conveniente per Renzi. A Montecitorio i dissidenti del Pd sono pressoché ininfluenti. A Palazzo Madama, invece, sono decisivi e perciò sono pronti a dare ancora battaglia sulla riforma costituzionale quando arriverà in terza lettura. Dopo la rottura del Patto del Nazareno, Forza Italia non assicura più i propri voti. E, quindi, per ottenere una nuova approvazione bisognerà probabilmente scendere a qualche compromesso.

Questi sono i meri fatti. Analizzare lo scenario futuribile è materia per esperti. Come Carlo Buttaroni, politologo e presidente dell'istituto di ricerca Tecnè. «Renzi - afferma - sta calcando la mano perché sa di avere l'opinione pubblica dalla propria parte». «Se la situazione degenerasse - prosegue - le elezioni prefigurerebbero uno scenario di massima incertezza». Sia che si vada al voto con l'attuale Consultellum (proporzionale puro) sia che si riesca a convergere su una riedizione del vecchio Mattarellum (maggioritario uninominale di collegio), «un partito che oscilla tra il 35 e il 40% dei consensi ha scarse chance di riuscire a conquistare una maggioranza certa».

Si riproporrà l'ennesima versione delle larghe intese, magari con Forza Italia dentro? «Non è detto - conclude - perché le elezioni creano una cesura e la sinistra non è poi così compatta». L'esempio, secondo Buttaroni, sono le Regionali liguri: «Con la spaccatura a sinistra, Toti ha quasi appaiato Paita».

Nessun intervento di riduzione per le pensioni superiori ai 2.000 euro. Lo ribadisce il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, dopo la proposta del presidente Inps, Tito Boeri. «Il governo - spiega - ha già espresso chiaramente di non voler procedere in questa direzione né all'interno della spending review né per quel che riguarda un eventuale intervento sulla previdenza». Pronto il commento del presidente dei deputati forzisti Renato Brunetta: «Con poche battute e in pochi secondi il governo, per bocca ministro Giuliano Poletti, ha smentito presidente Inps. E adesso che farà Boeri?».

di Gian Maria De Francesco

Roma