Tra boatos e veleni la Lombardia resta il vero banco di prova

MilanoNelle sempre più delicate alchimie che governano i rapporti tra Lega e Forza Italia, un posto decisivo è occupato da Regione Lombardia, la terza assemblea elettiva per importanza istituzionale dopo Camera e Senato. Una giunta oggi guidata dall'ex ministro dell'Interno Roberto Maroni il cui appoggio di berlusconiani e alfaniani viene quotidianamente messo in discussione, con toni che si alzano fino alla minaccia di farla cadere se il modello del centrodestra unito non sarà riproposto anche alle ormai vicine elezioni regionali. Uno scenario da fine dell'impero che ingolosisce il premier Matteo Renzi che ai suoi ha già fatto sapere che il posto di candidato governatore in Lombardia va all'ex sindaco di Lodi e suo vice segretario nel Pd Lorenzo Guerini.

Una minaccia che ha convinto anche i più accesi tra gli azzurri a chiedere di rimodulare il tiro verso una Lega ancora considerata alleato vitale. E non è un mistero che proprio in Lombardia non sia per nulla piaciuta l'uscita del segretario politico di Fi Giovanni Toti che nel pieno dello scontro con Matteo Salvini ha minacciato proprio la caduta di Maroni. «Vorrei proprio sapere - ha tuonato ieri sul Giornale , pur senza far nomi, l'ex sottosegretario e oggi vice governatore Mario Mantovani - su quali tavoli si discutano cose simili». Perché «noi siamo leali a Maroni, ma soprattutto agli elettori che ci hanno votato». Parole che non hanno turbato un Toti che anche ieri a Salvini ha mandato a dire che gli «slogan e i “vaffa” non portano a un'alternativa di governo».

Parole forti, giustificate dal fatto che proprio in queste ore entra nella sua fase più delicata la trattativa su alleanze e liste nelle regioni cruciali. A partire da quel Veneto dilaniato dai gladiatori leghisti Luca Zaia e Flavio Tosi e sul cui dossier è al lavoro Silvio Berlusconi. L'unico con cui Salvini voglia trattare. «È chiaro che la conferma dell'appoggio a Maroni in Lombardia - spiega un big di Fi - deve far parte di questo accordo». Ma è altrettanto vero che nessuno dei colonnelli vuol far cadere Maroni. «A spaccarsi, insieme alla mancata alleanza di centrodestra, - confessa uno di loro - sarebbe anche Fi». Aggiungendo un particolare piccante. «E a essere felice sarebbe proprio Salvini che così avrebbe la scusa per far fuori Maroni, con cui i rapporti sono ormai pessimi. Non vede l'ora di portare a Palazzo Lombardia i suoi uomini».

Lui, Salvini, usa ovviamente le parole felpate della diplomazia. «Per quanto mi riguarda - assicura - il patto con Fi in Lombardia è solido e non sarà certo la Lega a metterlo in discussione. C'è un progetto, c'è un programma e noi andiamo avanti fino al 2018». Le polemiche di questi giorni e gli attacchi di Toti? «Se qualcuno nel frattempo ha cambiato idea, venga a dircelo». A soffiare sul fuoco della polemica è l'oggi senatore Roberto Formigoni: «Con questa Lega salviniana noi di Ncd non abbiamo nulla a che spartire: in Veneto andrà a schiantarsi». Ma intanto in Lombardia Alfano si tiene ben stretti all'ombra di Maroni i suoi dieci consiglieri, due assessori e un sottosegretario.