Bombe Usa fanno strage di miliziani del "califfato" Ma ora serve una strategia

Uccisi 250 jihadisti a Falluja. Le vittorie militari saranno però vane senza un'intesa con i sunniti

Duecentocinquanta combattenti dello Stato Islamico fatti a pezzi dalle bombe dell'aviazione americana e irachena alla periferia di Falluja. Raccontata così sembra una grande vittoria, un passo decisivo nell'ambito della strategia che punta a cancellare la presenza del Califfato dal nord dell'Iraq per poi procedere con l'assalto finale a Mosul. Spesso però le grandi vittorie militari rischiano di non avere uguale valenza politica. E questo vale soprattutto in Irak dove la cancellazione Stato Islamico passa per il reinserimento nel contesto civile, politico e sociale di quelle tribù sunnite abbandonate alla persecuzione sciita dopo il frettoloso ritiro americano imposto nel 2010 dal presidente Barack Obama. Una persecuzione che tra il 2010 e il 2013 contribuisce a spingere quelle tribù nelle braccia dell'Isis e a trasformarle nel principale terreno di reclutamento.

Ma partiamo dai 250 miliziani inceneriti dalla pioggia di bombe americane ed irachene. Costretti ad abbandonare le rovine di Falluja, la città riconquistata dalle forze del governo iracheno dopo un assedio durato 4 mesi, gli ultimi miliziani del Califfato si concentrano a sud ovest della città, nelle zone a ovest del ponte di Tofaha. Lì, nella notte tra martedì e mercoledì, organizzano un convoglio di centinaia di mezzi e tentano un disperato ripiegamento verso il confine con la Siria. Ma non fanno i conti con i droni che sorvegliano le loro mosse. Non appena il convoglio s'allunga nella notte ed è completamente in movimento le bombe della coalizione ne colpiscono testa e coda. Mentre i veicoli sopravvissuti alla prima incursione si sparpagliano come formiche nel deserto, un nuovo diluvio di bombe e missili colpisce i mezzi ancora in movimento e moltiplica la strage di miliziani. «Le incursioni della coalizione hanno distrutto 55 veicoli, ma da quanto ci risulta le Forze di Sicurezza Irachene ne hanno colpiti ancor di più», spiega il colonnello Chris Garver portavoce dell'operazione «Inherent Resolve».

L'annuncio viene interpretato come un ennesimo segnale dell'imminente capitolazione di uno Stato Islamico costretto, nell'ultimo anno, ad abbandonare il 45 per cento dei territori iracheni ed il 20 per cento di quelli siriani. Le tragedie dell'Afghanistan - dove i talebani spazzati via nel 2001 ricompaiono in forze pochi anni dopo - e quella dell'Iraq - dove Al Qaida debellata nel 2009 risorge nel 2014 sotto le insegne dell'Isis - insegnano a prendere con le molle le notizie d'imminenti successi nella lotta al terrore islamista. Molto spesso, infatti, le bombe spazzano via i militanti, ma non le cause che li spingono sulla strada del fanatismo. Il primo a capirlo è il generale Petraeus artefice in Iraq di una sconfitta di Al Qaida basata non solo sull'eliminazione fisica dei suoi comandanti, ma anche sul reinserimento nel contesto sociale ed economico di quelle tribù sunnite diventate - caduto Saddam Hussein - il cuore dell'insurrezione anti-americana. Oggi quella strategia, cruciale per sconfiggere anche uno Stato islamico discendente diretto di Al Qaida-Iraq, sembra ben lontana dall'essere compresa ed intrapresa. La vittoria di Falluja è stata ottenuta garantendo mano libera a quelle milizie sciite filoiraniane accusate, durante i quattro mesi d'assedio, di spaventosi massacri ai danni dei civili sunniti di Falluja sospettati di parteggiare per il Califfato. Un errore che rischia di rendere immediatamente disponibili altrettanti fanatici pronti a prendere il posto dei 250 inceneriti dalle bombe americane martedì notte.