Borsellino senza scorta: "Mi uccideranno la sera"

Desecretati gli atti dell'antimafia fino al 2001 Il pm: «Ho l'auto blindata soltanto al mattino»

Solo. Al lavoro per 16-18 ore al giorno ma senza scorta e senza computer. «Non vedo che senso abbia perdere la libertà di mattina per poi essere libero di essere ucciso la sera», si lamenta Paolo Borsellino davanti alla commissione Antimafia nel 1984. Gli atti fino al 2001 desecretati ieri dal presidente M5s Nicola Morra sono un atto di accusa postumo. Il magistrato ucciso il 19 luglio del 1992 sa di essere un morto che cammina. Salterà in aria con i cinque agenti di scorta, sotto casa della mamma in via D'Amelio, in un attentato stranissimo per modalità e tempistica, su cui ancora si addensano veleni, depistaggi e segreti. Prima di andarsene vuole inchiodare lo Stato alla sua croce.

«Macchine blindate disponibili ce ne è una soltanto, e non può andare a prendere tutti e quattro i colleghi. Io sistematicamente vado in ufficio con la mia macchina ed esco fuori tra le nove e le dieci di sera». «Parole che grondano sangue», per dirla con le parole del fratello, Salvatore Borsellino. Certo, si parla di 35 anni fa. Mentre l'Italia ancora si sta leccando le ferite della guerra al terrorismo, la lotta alla mafia fatica a diventare affare di Stato. Eppure ci sono troppi sbirri ammazzati come Boris Giuliano, c'è il sangue dei 100 morti di Palermo da onorare, c'è il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa da vendicare, presto toccherà al vice questore Ninì Cassarà ma a sentire le parole durissime del magistrato palermitano lo Stato non è pronto, non ci crede fino in fondo. «Un solo processo è composto da centinaia di volumi e riempie intere stanze, è indispensabile l'uso di attrezzature più moderne di queste rubriche e degli appunti». E quando arriva «il computer della Honeywell non funziona, non sarà operativo se non fra qualche tempo. È stato messo in un camerino e stiamo aspettando».

Borsellino snocciola carte, non suggestioni. E a chi si è convinto dell'esistenza del famoso «terzo livello» della mafia, dell'abbraccio mortale tra boss e politici, il pm risponde deludendoli: «Su politica e mafia mi attengo a processi, non sono un sociologo». Tra mafia e politica c'è sì «contiguità», ci sono «favori reciproci a livello elettorale» ma di questa «specie di centrale di natura politica o affaristica che sarebbe al di sopra dell'organizzazione militare della mafia non abbiamo mai trovato niente. Non esiste. Convinzione condivisa dopo anni di indagini dal collega Giovanni Falcone», che morirà 57 giorni prima di Borsellino. Mentre tra mafia, massoneria e magistratura qualche contatto c'è perché «sappiamo di giudici che frequentavano circoli massonici a cui aderivano comunque anche elementi mafiosi o sospetti di mafiosità».

C'è chi si illude, grillini in testa, che qualche brogliaccio possa far crollare «il castello di sabbia costruito intorno all'attentato». E invece no. Mancano ancora troppe risposte, è ancora lunga la caccia ai mandanti occulti che, per dirla con lo stesso Salvatore Borsellino, hanno permesso il più clamoroso depistaggio della storia giudiziaria di questa Repubblica per mano di «funzionari di uno Stato deviato che hanno allontanato il corso della giustizia». Una macchinazione diventata 27 anni dopo «così evidente a tutti che chi l'ha avallato (Carmelo Petralia e Annamaria Palma sono indagati dalla procura di Messina, ndr) o sono imbecilli o c'è stato dolo».