Via le bottiglie di plastica dagli edifici pubblici

Il ministro dell'Ambiente Costa vuole abolirle: "Basta rendere più sicura l'acqua del rubinetto"

Bottiglie di plastica? No, grazie. Andrebbero vietate negli edifici pubblici. La proposta viene dal ministro dell'Ambiente Sergio Costa che ne ha parlato a Lussemburgo al Consiglio ambiente Ue sulla revisione della direttiva acque potabili.

Il ministro Costa, tra i primi nomi fatti da Di Maio per il Governo, Generale di Brigata Carabinieri Comandante Regione Carabinieri Forestale Campania, ha le idee chiare sull'acqua «bene comune»: come ha chiarito, in quanto tale «non è soggetta al mercato unico» e «va mantenuto il monitoraggio pubblico sui privati».

L'idea non cade certo nel vuoto: negli ultimi due anni si sono moltiplicate le iniziative per ridurre l'uso di plastica, che sta invadendo fiumi e mari ed è considerata tra i problemi ambientali più pressanti. Ogni anno nel mondo finiscono in acqua dagli 8 ai 10 milioni di tonnellate di spazzatura, e il 75% è costituito da plastica che, aggregandosi a seguito delle correnti marine, crea immense isole di plastica grandi come intere nazioni. Mettendo a repentaglio flora e fauna marina.

Già si sa che dovremo dire addio a cannucce, piatti di plastica e bastoncini di cotone per le orecchie, e in genere ai prodotti di plastica usa e getta: lo prevede una direttiva Ue che ne vieta la vendita negli Stati membri dal 2025. Quanto alle bottiglie di plastica monouso per bevande, ne andrà raccolto il 90%, attivando sistemi di cauzione-deposito. Cosa che già avviene, per inciso, nei civilissimi Paesi scandinavi già da anni, e anche in alcuni supermercati italiani. I contenitori per il riciclo della plastica a ogni bottiglia inserita emettono un buono o una ricarica in denaro. Pochi centesimi, va bene, ma buttali via. Brexit o no, uno dei Paesi più attivi nella lotta alla plastica è proprio il Regno Unito. Theresa May si è già spesa all'inizio dell'anno con il suo piano «25 Year Environment Plan», in cui la riduzione della plastica ha un forte peso. Anzi, la premier ha dichiarato di voler rendere il Regno Unito una sorta di «avamposto» della lotta alla eliminazione della plastica «evitabile» assumendo la «leadership globale» sul tema. Insomma ne ha fatto una vera e propria crociata, partita tre anni fa con la tasse sui sacchetti di plastica (nota anche da noi, ma che in Uk è reinvestita in progetti ambientali). E cui non manca l'inevitabile risvolto oscuro, rilevato da un articolo del Daily Mirror che denuncia come tonnellate di plastica britannica siano riciclate sì, ma in Bangladesh a costo di un pesante sfruttamento del lavoro minorile. I sacchetti, appunto: da noi hanno fatto levare scudi e aumentato (quanto meno in un primo tempo) la vendita di ortofrutta confezionata, in plastica naturalmente. Morrisons, catene di supermercati britannica, ha deciso si sostituirli in toto con quelli di carta riciclabile. E l'Agenzia dell'Ambiente ha già risposti che l'idea è pessima, perché se si considera l'intero ciclo di produzione inquinano di più di quelli di plastica.

Ma allora, plastica sì o plastica no? Per evitare il dilemma aprono i negozi di prodotti sfusi, mentre a Milano questo mese ha debuttato il primo negozio «nudo», ovvero senza plastica: è quello in via Torino di Lush, produttore di cosmetici freschi e fatti a mano (britannico pure lui) che volutamente ha evitato di utilizzare qualsiasi tipo di contenitore di plastica. Andare per credere.

Ma vivere senza plastica è poi così difficile? Forse un po' sì. Perché ciò che ha decretato il successo globale di questo materiale è la sua comodità. La usiamo senza accorgercene e la buttiamo via senza retro pensieri una volta finito di usarla. Adesso girare con una bottiglia di vetro o una borraccia in borsa e sorseggiare un cocktail da una cannuccia di carta ci renderà forse più consapevoli. Del resto basta ricordarsi quei cinema e aerei pieni di fumo da sigaretta per capire come a volte le percezioni cambiano velocemente. Basta una legge, un po' draconiana magari, e chissà se si farà, e capita che poi ci si chieda: ma come facevamo prima?