"Il botto mi ha scagliato sui sedili poi ho visto l'orrore di quei corpi"

Roberta Saudella, sopravvissuta alla strage in Puglia, ha preso il treno per caso per finire nell'incubo

«Quell'uomo, il capotreno, era per terra, insanguinato, rantolava. Un attimo prima mi aveva controllato il biglietto e poi eccolo lì, gli occhi fissi, incapace di parlare». Chi può farlo, chi può parlare, invece, per raccontare che cosa è successo martedì mattina a bordo di quel treno partito dalla stazione di Andria sul binario unico già occupato da un convoglio in direzione opposta, correndo verso una tragedia a quel punto inevitabile è lei, Roberta Saudella. Barese, madre di due bimbi, Roberta insegna in una scuola di Andria, e le ferrovie del Nord Barese sono il suo consueto mezzo di trasporto.

Come mai a scuole chiuse si è trovata su quel treno?

«Ero ad Andria per il recupero del debito formativo di un alunno. Ho finito presto e sono arrivata in stazione. Quel treno era il primo utile. Era un po' in ritardo, sono salita a bordo sulla terza carrozza, semivuota, e mi sono seduta. Eravamo partiti da pochissimo, ho preso il cellulare dalla borsa e ho sentito un gran botto. Un secondo dopo sono stata scaraventata sui sedili di fronte a me, per fortuna vuoti: ricordo solo un gran dolore e lo stridio dell'acciaio finché ci siamo fermati».

Come è scesa dal treno?

«Sono riuscita a rialzarmi, acciaccata, con la nuca dolorante per la botta alla testa, ma viva. Ho visto subito il capotreno per terra, era ridotto male, privo di sensi, l'ho riconosciuto dai baffi. Era in piedi nel momento dello schianto ed è finito sulla porta che separa i vagoni. Ho subito chiamato il 118, erano le 11.08, poi ho avvisato mio marito. Qualcuno ha aperto la porta con la leva di emergenza e siamo scesi saltando sulla massicciata. Io, come gli altri che sono riusciti a scendere sulle nostre gambe, ci siamo trovati di fronte uno spettacolo irreale. Dai vagoni squarciati arrivavano urla e lamenti, c'era gente con gravi ferite che si affacciava dai finestrini rotti e dalle porte ma non era in grado di tenersi in piedi. Ho cominciato a camminare verso il punto dell'impatto, ma...».

Che cosa è successo?

«Ho visto un uomo per terra, inanimato, penso non ce l'abbia fatta. Poi un ragazzo steso vicino ai rottami, sbalzato fuori nell'impatto, con terribili ferite. Mi sono paralizzata, non ho avuto il coraggio di proseguire, sono tornata verso la mia carrozza. Lì con due ragazze praticamente incolumi abbiamo cercato di aiutare il capotreno, che aveva ripreso conoscenza ma era sotto choc. Si era messo seduto, ma era confuso, rantolava, gli parlavamo per tenerlo vigile ma non ci rispondeva. E il 118 per telefono ci diceva di non fare nulla prima dell'arrivo dei soccorsi».

Sono arrivati subito?

«Penso di sì, ma io continuavo a chiamarli anche perché i telefoni non prendevano bene ed era difficile per i soccorsi trovare la strada per raggiungere il luogo dell'incidente».

Lei è una passeggera abituale, ha mai temuto qualcosa del genere?

«Sono ottimi treni, la questione del binario unico era nota, ma pensavo ci fossero sistemi di sicurezza tecnologici. Non sapevo, e non avrei mai pensato, che nel 2016 fosse tutto affidato a telefonate tra capistazione».