Brexit, le 48 ore più lunghe. Prova del fuoco ai Comuni

La Camera bassa vota su una serie di emendamenti voluti dai Lord. La premier May: "Serve unità"

Londra O la va o la spacca. Il governo di Theresa May si avvia ad affrontare da stamattina le sue 48 ore più lunghe nel tormentato percorso della Brexit. In una maratona di due giorni il Parlamento sarà chiamato a votare i numerosi emendamenti al Brexit Bill, che regola l'uscita dalla Ue, compresi quei 15 in cui l'esecutivo è stato sonoramente battuto alla Camera dei Lords e per i quali May conta di rovesciare il risultato. Poiché alla Camera Bassa, a differenza di quella Alta, il governo ha la maggioranza, la vittoria appare scontata e il governo ha già dichiarato di essere abbastanza fiducioso.

Ci sono tuttavia un paio di emendamenti che preoccupano non poco la premier poiché l'esito del voto appare ancora incerto a causa delle alleanze trasversali tra i ribelli dei Tory e l'opposizione. È il caso del famoso emendamento n.19, che riprende quello iniziale presentato in dicembre dal deputato conservatore Dominic Grieve e garantisce al Parlamento di avere un voto finale sull'accordo, consentendo così alle Camere di decidere che cosa fare nel caso l'intesa venisse rifiutata dai parlamentari. L'esecutivo ha suggerito che sia comunque un suo ministro a dare, entro 28 giorni, le direttive sui passi futuri in caso di rigetto dell'accordo, ma fino ad ora è impossibile prevedere chi delle due parti avrà la meglio. Meno chances di successo ha invece l'emendamento laburista sulla necessità di una negoziazione per assicurare il libero accesso degli inglesi al mercato unico.

Ieri May, di ritorno dal G7 canadese, ha di nuovo richiamato i suoi deputati all'unità. «Il messaggio che manderemo al Paese con il nostro voto questa settimana è importante ha detto May dobbiamo essere chiari sul fatto che come partito siamo uniti nel voler tradurre nei fatti la volontà espressa dal popolo britannico». Sebbene l'esecutivo ostenti una certa sicurezza, l'appello della premier fa capire che la tensione rimane alta e che la frangia dei remainers, come l'ex Cancelliere Ken Clarke, minaccia la stabilità del governo forse ancora di più delle posizioni del partito di Jeremy Corbyn. C'è poi anche chi ritiene che l'ipotesi di una Brexit senza accordo sia ormai quasi una realtà, peraltro «catastrofica». Ad affermarlo è il leader Liberaldemocratico Vincent Cable che al Guardian ha detto: «Più il governo rimane bloccato, più grande è il rischio di uscire senza accordarsi».

Di certo le ultime nuove da parte dell'Unione non sono confortanti. I commenti del negoziatore europeo Barnier sul backstop plan in caso di mancato accordo presentato dagli inglesi per evitare il confine duro irlandese sono di totale perplessità e le uscite estemporanee del leader dei brexiters Rees-Moog non aiutano. Il deputato conservatore ha dichiarato alla radio che in caso di mancato accordo le frontiere doganali a Dover non sarebbero necessarie per le importazioni europee (di cui ci si può fidare), suggerendo che ogni ritardo nelle esportazioni verso l'Europa sarebbe quindi responsabilità francese. Un punto di vista che gli esperti hanno subito bollato come confuso e privo di fondamento legale.

Commenti
Ritratto di Gianfranco Robert Porelli

Gianfranco Robe...

Mar, 12/06/2018 - 12:01

Ritirata strategica. La Cina, del traffico d'oppio innescato dalla Gran Bretagna illo tempore, se n'è fatta una ragione e alla vispa Theresa conviene sommessamente rifugiare il suo Regno Unito nella Comunità Europea... Cercando anche farsi amica la Russia.