Brexit, altro che rivoluzione Freno a mano sull'uscita

«Non c'è fretta», ripetono i leader inglesi, che rifiutano di invocare subito l'articolo 50. Intanto nulla cambia

Prima David Cameron e Boris Johnson, a risultati ancora freschi. Poi, a seguire, ancora ieri, George Osborne e di nuovo David Cameron e Boris Johnson. Il mantra che i leader Conservatori ripetono dal 23 giugno, giorno della rivoluzione anti-Ue, è che per la rivoluzione «non c'è fretta». «Niente cambierà nel breve termine», ripetono i leader inglesi. «L'unico cambiamento è che il Regno Unito si libererà dello straordinario e opaco sistema di leggi dell'Unione Europea», ha scritto l'ex sindaco di Londra sul Daily Telegraph, nel suo primo articolo post-vittoria. La Gran Bretagna non invocherà l'articolo 50 del Trattato di Lisbona - quello cioè relativo all'uscita dall'Unione Europea - «fino a quando non emergerà una chiara visione sul futuro delle relazioni con gli Stati europei», ha insistito il ministro delle Finanze George Osborne, che dopo aver condotto la campagna no-Brexit al fianco del premier Cameron, ieri ha cercato di calmare i mercati (mentre la sterlina toccava un nuovo minimo). Osborne potrebbe diventare un contendente di Johnson alla successione e viene ora blandito dall'ex sindaco con la promessa di una poltrona al ministero degli Esteri nella speranza dell'eventuale appoggio a un suo futuro governo.

Così, mentre il presidente della Commissione Ue mette fretta al Regno Unito chiedendo un'uscita «prima possibile», nella sua prima apparizione pubblica post-Brexit, Cameron insiste in Parlamento: «Sarà compito del mio successore invocare l'articolo 50. E prima di farlo dobbiamo stabilire che tipo di relazione vogliamo con la Ue, una questione che riguarderà il nuovo premier e il suo Gabinetto». Brillante e ironico («Pensavo fosse la mia giornata nera ma poi ho saputo del golpe contro Corbyn...»), il premier uscente spiega che la scelta sulla tempistica è «una decisione sovrana che la Gran Bretagna, solamente la Gran Bretagna, può prendere». Tutto chiaro che più chiaro non si può. La Brexit è stata votata ma prima che gli inglesi vedranno davvero la sua applicazione potrebbe volerci del tempo, parecchio tempo, perfino due anni a mezzo a voler azzardare qualche previsione. Fino ai primi di settembre, infatti, non si muoverà foglia. Il 2 è la data stabilita per l'annuncio del vincitore della corsa alla successione di Cameron. Tempi tecnici obbligati. Ai quali si aggiungerà tutta la calma che il nuovo primo ministro vorrà seguire prima di avviare un nuovo corso. Con il rischio, addirittura, che si debbano aspettare nuove elezioni se il futuro leader volesse passare dal bagno delle urne per ricevere piena legittimazione. E in quel caso tutto potrebbe accadere e chissà, forse, riaprire anche i giochi.

D'altra parte nulla dice l'articolo 50 del Trattato dell'Unione Europea, quello di Lisbona, a proposito della richiesta di uscita. Anche perché, alla fine, il referendum sulla Ue è stato l'atto di uno Stato sovrano che uno Stato sovrano può decidere di attivare a suo piacimento e in qualsiasi momento. Solo dopo averlo invocato scattano i due anni previsti per i negoziati (che possono anche essere prolungati ma solo con il consenso del Consiglio europeo). E pure il segretario di Stato americano John Kerry, che ha incontrato a Bruxelles le istituzioni europee, ieri ha fatto un appello alla calma: «Nessuno perda la testa».

Chi invece vorrebbe affrettare l'iter - ça va sans dire - è soprattutto la Germania, che spera i negoziati si realizzino «senza spirito di vendetta» ma «prima possibile» e per mettere fretta agli inglesi esclude l'inizio di colloqui informali fino a che Londra non invocherà l'articolo 50. L'obiettivo inglese - lo ha detto Cameron smentendo se stesso - è «far rimanere la Gran Bretagna all'interno del mercato unico», ma la sfida «sarà una delle più grandi nell'ambito dei negoziati con la Ue».

Intanto tutto resterà congelato, come si affrettano a ripetere Cameron e Johnson: «Non ci saranno cambiamenti immediati per i cittadini Ue residenti in Gran Bretagna», dice il leader uscente alla Camera dei Comuni. «La Gran Bretagna è parte dell'Europa e sempre lo sarà - scrive Boris -. Ci sarà ancora un'intensa e intensificata cooperazione in molti settori (...). I cittadini europei che vivono in questo Paese vedranno i loro diritti pienamente tutelati e lo stesso vale per i cittadini britannici che vivono nella Ue». Qualcuno pensa possa essere un pentimento, la marcia indietro ora che la sfida si fa seria. C'è chi sospetta che Boris non veda l'ora che gli inglesi si dimentichino del referendum. E da Parigi un diplomatico europeo azzarda al Figaro: «Avanti così e non chiederanno mai l'uscita». La Brexit potrebbe rivelarsi un bluff come la Grexit? Chissà. Intanto tutto è cambiato perché nulla cambi (per ora).