Brexit, il Parlamento si ferma ma dà a Boris un altro schiaffo

Il premier chiede di nuovo elezioni anticipate: bocciato Oggi lo stop ai lavori di Westminster fino al 14 ottobre

Londra - Nel giorno in cui Boris Johnson si reca a Dublino per un incontro bilaterale con Leo Varadkar, primo ministro irlandese, la scena se la prende John Bercow, lo speaker della Camera dei Comuni, che ieri durante i lavori parlamentari ha annunciato le sue dimissioni. Lascerà il suo ruolo di moderatore della Camera bassa il 31 ottobre e si dimetterà anche da parlamentare dopo 22 anni passati a Westminster. Order ordine è stato il suo marchio di fabbrica pronunciato con voce stentorea e trasporto teatrale, che lo ha fatto conoscere al grande pubblico anche oltre i confini del Regno Unito. Order con cui ha difeso appassionatamente il ruolo del Parlamento durante gli ultimi tre folli anni di Brexit. Glielo ha riconosciuto anche Michael Gove, ministro di primo piano dell'esecutivo Johnson, che in aula ha ieri parlato di un «amore per la democrazia evidente in ogni cosa che dice e fa». Bercow ha ringraziato commosso i collaboratori e la famiglia e ha condensato ironicamente il suo lavoro di questi anni in una sola, illuminante frase: sono stato la backstop dei parlamentari. Risa e applausi convinti dei colleghi.

Lascerà il 31 ottobre e anche la scelta della dipartita si ammanta di risvolti politici. Era la data in cui Londra avrebbe dovuto lasciare l'Ue a qualsiasi costo, do or die nelle parole di Johnson. Sarà invece la data in cui il Parlamento brinderà allo scampato pericolo (per ora). Ieri infatti la regina ha concesso il Royal Assent alla legge contro la Brexit senza accordo che il Parlamento ha approvato la scorsa settimana. Il governo adesso ha tempo fino al 19 ottobre per trovare un accordo con l'Ue, non dovesse riuscirci dovrà chiedere a Bruxelles un'ennesima proroga della data della Brexit. E nella fitta giornata di ieri c'è stato un altro colpo dell'opposizione, guidata dal conservatore ribelle Dominic Grieve, che ha chiesto e ottenuto un voto in aula per obbligare il governo a pubblicare la corrispondenza privata di Downing Street sulla prorogation, cioè la sospensione del Parlamento. Grieve parla di comportamento scandaloso da parte di Downing Street, l'Alleanza Ribelle vuole vederci chiaro e non dà respiro all'esecutivo.

Come un pugile frastornato che barcolla sul ring, il governo inglese accoglie con sollievo la campanella della prorogation. Fatta scattare ieri sera, sospende i lavori parlamentari fino al 14 ottobre quando riprenderanno con il discorso della regina che illustrerà il programma del governo. Che ieri, anche su questo fronte, è stato nuovamente sconfitto ai Comuni: dopo il voto contrario della scorsa settimana, infatti, anche il secondo tentativo di Johnson di andare a elezioni anticipate è stato bocciato dal Parlamento. Le opzioni che rimangono a Johnson non sono molte. Esclusa la possibilità che decida di non obbedire alla legge, rimangono le dimissioni. Alcuni ipotizzano pure l'eventualità di una doppia lettera inviata all'Ue, una per chiedere più tempo come da obblighi legali, una seconda per invitare gli stati europei a rifiutare la richiesta: è necessaria l'unanimità, basterebbe quindi un solo stato contrario per far precipitare il Regno Unito verso un no deal. Al termine dell'incontro di ieri col primo ministro irlandese è stata rilasciata una dichiarazione congiunta in cui si parla di «posizione comune su alcune aree, sebbene rimangano significative differenze». La strada è lunga, mancano 51 giorni.