Brexit, partita chiusa Il tam tam e i mercati: «Il Regno resta nell'Ue»

Sterlina in volo, le Borse pure. Sondaggi e analisi sul voto puntavano sul «remain»

Rodolfo Parietti

Qualcuno, fino alla fine, sarà andato in direzione ostinata e contraria, incurante del tambureggiante tam-tam che per l'intera giornata di ieri ha scandito, col ritmo sincopato di un rap, «Remain, Remain, Remain». Avrà avuto ragione, il supporter della Brexit, quando all'alba di oggi il dubbio amletico del «To leave or not to leave» sarà ormai stato sciolto? O avrà prevalso il Bremain, l'attaccamento più di pancia che di cuore alla bandiera dell'Ue come auspicato da Angela Merkel («È ovvio che voglio che la Gran Bretagna resti nell'Unione Europea»)?

Di sicuro, la Gran Bretagna ha vissuto la sua giornata più lunga dalla cacciata nel '92 della sterlina dal tempio valutario dello Sme (in compagnia della lira), con un orecchio agli ultimi sondaggi e l'occhio fisso a cogliere anche le micro-espressioni facciali all'uscita dai seggi, chiusi alle 22 locali (le 23 italiane). Anche se, almeno a giudicare dai mercati, non c'era alcuna partita da giocare. Tutto già deciso a favore dello status quo nell'ennesimo ruggito delle Borse (+3,3% Milano, +1,75% Francoforte, +1,17% Londra), con i mercati incuranti della minaccia di Standard&Poor's di strappare al Regno Unito i galloni della tripla A in caso di divorzio dal Vecchio continente.

Certezze apparentemente inossidabili, come quelle degli allibratori di Betfair che assegnavano un bulgaro 86% alle probabilità di mancata separazione Gb-Ue. Ma, come insegna il Gordon Gekko di «Wall Street», il denaro non dorme mai: così i trader hanno passato la notte in bianco, tra hamburger trangugiati in un nanosecondo, ettolitri di caffè versati, qualche antiacido a placare stomaci in subbuglio e sacchi a pelo stesi accanto al desk giusto per schiacciare un pisolino. Una trincea finanziaria presidiata pesantemente per essere subito pronti, come soldati all'alzabandiera, a pigiare sul bottone giusto alla prima certezza sull'esito del referendum spacca-popolo. In ballo, il più alto portafoglio liquido mai visto dal 2001: 140 miliardi di dollari cash in attesa di trovare un incastro nel complicatissimo puzzle delle Borse. Posta in gioco alta, dunque, tale da giustificare il probabile ingaggio di team di sondaggisti privati da parte delle grandi banche d'affari, orfane degli exit poll ufficiali. Poi, in modo forse meno scientifico, è stato seguito con particolare attenzione l'andamento del voto nelle contee rurali, le più favorevoli a consumare lo strappo con l'Europa. Una bassa affluenza nelle counties - è la convinzione - segnerebbe la fine del sogno della Brexit.

Eppure, fino alla tarda serata di ieri non tutto appariva così sicuro, almeno a giudicare dai sondaggi (per Ipsos/Mori 52% al remain e 48% al leave; forbice più larga - 55 contro 45% - per Populus). Le maggiori reti britanniche hanno infatti deciso di non diffondere gli exit poll: troppo ampio il margine di errore. Ma l'aspetto forse più paradossale è stato un altro: mentre la sterlina toccava i massimi degli ultimi sei mesi contro il dollaro sfiorando quota 1,50, gli inglesi correvano a cambiare i pound come se non ci fosse un domani, sottoponendosi a code estenuanti davanti alle vetrine dei cambiavalute. Negli ultimi giorni, il volume dei clienti si è ingrossato del 60-70%, secondo Thomas Exchange Global Foreign. Tutti turisti in procinto di imbarcarsi per le Maldive? Improbabile.

Comunque sia andata, ha ragione il ministro Pier Carlo Padoan quando sostiene che non si può dire «riprendiamo come se nulla fosse. La frattura c'è già stata (con l'Ue, ndr) e in modo molto netto». Giusto: nulla sarà più come prima. Ma a Bruxelles lo sanno?