Calderoli condannato per la "Kyenge orango"

Non è servito a nulla scusarsi in Senato. Il senatore leghista Roberto Calderoli, che durante una festa della Lega a Treviglio, nel Milanese, nel luglio 2013 aveva definito «un orango» l'allora ministro per l'Integrazione del governo Letta, Cécile Kyenge, deputata di origine congolese, è stato condannato a 18 mesi di carcere con sospensione della pena e non menzione nel casellario giudiziario da parte del tribunale di Bergamo - dove vive - che ha riconosciuto l'esponente del Carroccio colpevole di diffamazione aggravata dall'odio razziale. «Evviva, evviva evviva. Il razzismo la paga cara», il commento su Facebook dall'ex ministro che non si è costituita parte civile e non sono previsti risarcimenti di natura economica. La Kyenge non aveva sporto denuncia, ma in procura a Bergamo era partito d'ufficio il procedimento: nel 2015 un primo stop, con la difesa che aveva sostenuto la tesi secondo la quale i membri del Parlamento, nell'esercizio delle loro funzioni, non possono essere chiamati a rispondere delle loro affermazioni. La Consulta aveva però dato ragione al tribunale e il processo era ripreso. Quell'episodio è costato a Calderoli anni di iattura. Clement Kikoko Kyenge, padre dell'ex ministro, che vive ancora in Katanga (Repubblica democratica del Congo) nel 2014 compì un rito tribale contro Calderoli «affinché gli avi lo liberassero da cattivi pensieri e parole offensive». «Non sono mai stato superstizioso ma dopo la macumba che mi ha fatto il papà della Kyenge mi è capitato di tutto e di più: sei volte in sala operatoria, due in rianimazione, una in terapia intensiva, è morta mia mamma e nell'ultimo incidente mi sono rotto due vertebre e due dita», disse Calderoli che anche oggi non commenta la condanna in quanto proprio ieri ha subito un intervento chirurgico programmato. La macumba non è finita.